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Una domenica - Fabio Geda

Una domenica, Fabio Geda
Dall’incontro del 12 novembre 2020

Un piccolo incidente domestico cambia il corso degli eventi, siamo a Torino, in una grande casa familiare situata in Lungo Po Antonelli, l’autore dipinge bene l’atmosfera di quella porzione di città in cui colloca quasi tutti gli avvenimenti importanti che coinvolgono i membri della famiglia di cui fa parte la voce narrante, Giulia. Dal capezzale del padre Ernesto, Giulia si guarda indietro e racconta le vicende della propria famiglia ripercorrendone i momenti più importanti, quelli semplici, che hanno dato vita a legami profondi, attimi di gioia, momenti felici ma anche incomprensioni e piccoli attriti che possono, se non affrontati, procurare ferite quasi insanabili. Il padre ingegnere, dopo una vita a costruire ponti, affronta lo smarrimento della fase post lavorativa, con i dubbi e i pensieri che lo accompagnano e a tratti lo inseguono, con un bagaglio di cose dette e non dette, di nostalgie e ricordi che affiorano nei momenti di solitudine. Il romanzo, scritto con stile sobrio, cortese, chiaro e delicato, si può definire un viaggio nella quotidianità in cui ognuno di noi può immergersi e riconoscersi. L’incontro imprevisto tra il padre di Giulia e la giovane Elena, madre di Gaston, consente all’autore di aprire una porta da cui permette di sbirciare nella vita altrui, anche solo per una giornata, una strana domenica, in cui Ernesto ritorna a gustare un momento di intimità familiare grazie a persone quasi sconosciute.
I personaggi del romanzo sono ben delineati, con ruoli ben riconoscibili e definiti attraverso i quali Geda indaga il rapporto genitori/figli con lo sguardo delicato e originale che gli è proprio, senza rivelare troppo dei loro caratteri, delle loro debolezze, rendendoli così più veri, con i loro comportamenti a volte inspiegabili e un modo di amare imperfetto, normale.
La narrazione, l’uso delle parole o il loro “non uso” danno la cifra del rapporto tra Giulia e suo padre, i silenzi a volte pesano… ma ecco che l’autore dà a lei il compito di trovare una soluzione per superare il conflitto, un punto di contatto con il padre che, ora, sta per lasciarla; lei che della parola ha colto il segreto nascosto e ne ha educato l’aspetto artistico, facendolo diventare la sua scelta di vita, ha l’incarico di riannodare il filo del discorso, di trovare la parola giusta per costruire quel ponte e riconciliarsi con l’amato padre, molto pragmatico ma poco empatico.
Un romanzo da gustare, dolce e poetico che sa dare messaggi positivi e che lascia al lettore lo spazio per attingere ai propri ricordi, al proprio vissuto, con un finale forse un po’ troppo addolcito ma sicuramente aperto a molte interpretazioni. Un mondo intimo nel quale è ancora possibile “riparare” le crepe familiari risalendo alle origini del problema, seguitando, in un gioco infinito, a costruire ponti.

La lingua salvata. Storia di una giovinezza

La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Elias Canetti
Dall’incontro del 16 gennaio 2020

“La lingua salvata” è la prima parte dei tre libri autobiografici, che Elias Canetti pubblica dal 1977 ormai settantaduenne. Come recita il sottotitolo “Storia di una giovinezza”, è da lì che inizia a tracciare la storia della sua formazione esistenziale e culturale. Sono gli anni che vanno dall’infanzia in Bulgaria, ai vari spostamenti in Inghilterra, a Vienna e per finire in Svizzera, dove le vicende si concludono, nel 1921, lasciando un Elias sedicenne in procinto di un grande cambiamento.
La vita di Canetti è segnata dalla prematura e inaspettata morte del padre. Centrale nel libro e nella biografia di Elias appare fin da subito il rapporto con la madre Mathilde. La donna, dopo la scomparsa dell’amato marito, si dedica con dedizione ai tre figli, dominata dalla sua natura ipersensibile e dalle sue aspirazioni culturali. Umanista colta e pacifista, ha una personalità complicata, che la condanna alla fragilità e a una misteriosa malattia, che la costringerà a frequenti soggiorni in sanatorio. La formazione culturale di Canetti è strettamente legata alla madre, che ha un ruolo determinante e autoritario nell’apprendimento delle lingue (in particolar modo l’amato tedesco) e di una sensibilità letteraria verso i classici, primo fra tutti Shakespeare. Il rapporto madre-figlio, in cui Elias si trova a sostituire il padre scomparso, appare estremamente intenso, complesso e segnato da una morbosa gelosia di Elias verso la madre.
La figura del bambino-Canetti si delinea come fuori dall’ordinario per la smisurata e totalizzante passione per i libri e la venerazione per gli scrittori. Innumerevoli le letture letterarie citate, fin dalla primissima iniziazione paterna con “Le mille e una notte”. Intenso anche il rapporto con le lingue, assimilate con facilità all’interno della sua famiglia ebrea, che parla abitualmente quattro o cinque lingue, collocandosi tra origini spagnole e abitudine al viaggio e ai cambiamenti di residenza. Il libro è poi incentrato anche sulla descrizione dell’ambiente scolastico frequentato dallo scrittore e delle tantissime figure di insegnanti ritratte.
Altro tema fondamentale è la contrapposizione tra le aspirazioni alla cultura dei genitori e poi di Elias stesso e la tradizionale pratica del commercio del resto della sua famiglia.
Nel libro la trattazione è intimistica e personale, mentre la dimensione storica, peraltro coincidente con la prima guerra mondiale e i primi sentori di persecuzioni ebraiche, rimane solo ai margini come contorno e accenno.
La narrazione è in prima persona e la struttura si caratterizza per la continua giustapposizione di brevi quadri ben descritti e compiuti, con un andamento cronologico lineare. La scrittura è di grande bellezza e fluidità, seppur a volte la materia pare eccessivamente ripetuta e quasi noiosa. A livello di struttura generale vi è differenza tra la prima parte in cui è centrale il rapporto diretto madre-figlio e la seconda parte in cui il giovane Canetti si trova da solo nel collegio di Villa Yalta, a Zurigo.
Il rapporto con la cultura di Canetti a qualcuno suscita degli interrogativi parendo autoreferenziale, astratto e per così dire, freddo.
Il brusco finale segna un inaspettato cambiamento nel rapporto con la madre e con la cultura al tempo stesso e lascia aperto un senso di nuove prospettive personali, esistenziali, ma anche storiche. Ancora il percorso autobiografico si intreccia con un discorso sulla cultura stessa: la cacciata non è soltanto dal proprio paradiso personale del liceo di Zurigo, ma anche da un’idea di vita culturale comoda e astratta distaccata dal reale e dalle sue potenziali sofferenze.

La lingua salvata - Elias Canetti

La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Elias Canetti
Dall’incontro del 16 gennaio 2020

“La lingua salvata” è la prima parte dei tre libri autobiografici, che Elias Canetti pubblica dal 1977 ormai settantaduenne. Come recita il sottotitolo “Storia di una giovinezza”, è da lì che inizia a tracciare la storia della sua formazione esistenziale e culturale. Sono gli anni che vanno dall’infanzia in Bulgaria, ai vari spostamenti in Inghilterra, a Vienna e per finire in Svizzera, dove le vicende si concludono, nel 1921, lasciando un Elias sedicenne in procinto di un grande cambiamento.
La vita di Canetti è segnata dalla prematura e inaspettata morte del padre. Centrale nel libro e nella biografia di Elias appare fin da subito il rapporto con la madre Mathilde. La donna, dopo la scomparsa dell’amato marito, si dedica con dedizione ai tre figli, dominata dalla sua natura ipersensibile e dalle sue aspirazioni culturali. Umanista colta e pacifista, ha una personalità complicata, che la condanna alla fragilità e a una misteriosa malattia, che la costringerà a frequenti soggiorni in sanatorio. La formazione culturale di Canetti è strettamente legata alla madre, che ha un ruolo determinante e autoritario nell’apprendimento delle lingue (in particolar modo l’amato tedesco) e di una sensibilità letteraria verso i classici, primo fra tutti Shakespeare. Il rapporto madre-figlio, in cui Elias si trova a sostituire il padre scomparso, appare estremamente intenso, complesso e segnato da una morbosa gelosia di Elias verso la madre.
La figura del bambino-Canetti si delinea come fuori dall’ordinario per la smisurata e totalizzante passione per i libri e la venerazione per gli scrittori. Innumerevoli le letture letterarie citate, fin dalla primissima iniziazione paterna con “Le mille e una notte”. Intenso anche il rapporto con le lingue, assimilate con facilità all’interno della sua famiglia ebrea, che parla abitualmente quattro o cinque lingue, collocandosi tra origini spagnole e abitudine al viaggio e ai cambiamenti di residenza. Il libro è poi incentrato anche sulla descrizione dell’ambiente scolastico frequentato dallo scrittore e delle tantissime figure di insegnanti ritratte.
Altro tema fondamentale è la contrapposizione tra le aspirazioni alla cultura dei genitori e poi di Elias stesso e la tradizionale pratica del commercio del resto della sua famiglia.
Nel libro la trattazione è intimistica e personale, mentre la dimensione storica, peraltro coincidente con la prima guerra mondiale e i primi sentori di persecuzioni ebraiche, rimane solo ai margini come contorno e accenno.
La narrazione è in prima persona e la struttura si caratterizza per la continua giustapposizione di brevi quadri ben descritti e compiuti, con un andamento cronologico lineare. La scrittura è di grande bellezza e fluidità, seppur a volte la materia pare eccessivamente ripetuta e quasi noiosa. A livello di struttura generale vi è differenza tra la prima parte in cui è centrale il rapporto diretto madre-figlio e la seconda parte in cui il giovane Canetti si trova da solo nel collegio di Villa Yalta, a Zurigo.
Il rapporto con la cultura di Canetti a qualcuno suscita degli interrogativi parendo autoreferenziale, astratto e per così dire, freddo.
Il brusco finale segna un inaspettato cambiamento nel rapporto con la madre e con la cultura al tempo stesso e lascia aperto un senso di nuove prospettive personali, esistenziali, ma anche storiche. Ancora il percorso autobiografico si intreccia con un discorso sulla cultura stessa: la cacciata non è soltanto dal proprio paradiso personale del liceo di Zurigo, ma anche da un’idea di vita culturale comoda e astratta distaccata dal reale e dalle sue potenziali sofferenze.

La lingua salvata - Elias Canetti

La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Elias Canetti
Dall’incontro del 16 gennaio 2020

“La lingua salvata” è la prima parte dei tre libri autobiografici, che Elias Canetti pubblica dal 1977 ormai settantaduenne. Come recita il sottotitolo “Storia di una giovinezza”, è da lì che inizia a tracciare la storia della sua formazione esistenziale e culturale. Sono gli anni che vanno dall’infanzia in Bulgaria, ai vari spostamenti in Inghilterra, a Vienna e per finire in Svizzera, dove le vicende si concludono, nel 1921, lasciando un Elias sedicenne in procinto di un grande cambiamento.
La vita di Canetti è segnata dalla prematura e inaspettata morte del padre. Centrale nel libro e nella biografia di Elias appare fin da subito il rapporto con la madre Mathilde. La donna, dopo la scomparsa dell’amato marito, si dedica con dedizione ai tre figli, dominata dalla sua natura ipersensibile e dalle sue aspirazioni culturali. Umanista colta e pacifista, ha una personalità complicata, che la condanna alla fragilità e a una misteriosa malattia, che la costringerà a frequenti soggiorni in sanatorio. La formazione culturale di Canetti è strettamente legata alla madre, che ha un ruolo determinante e autoritario nell’apprendimento delle lingue (in particolar modo l’amato tedesco) e di una sensibilità letteraria verso i classici, primo fra tutti Shakespeare. Il rapporto madre-figlio, in cui Elias si trova a sostituire il padre scomparso, appare estremamente intenso, complesso e segnato da una morbosa gelosia di Elias verso la madre.
La figura del bambino-Canetti si delinea come fuori dall’ordinario per la smisurata e totalizzante passione per i libri e la venerazione per gli scrittori. Innumerevoli le letture letterarie citate, fin dalla primissima iniziazione paterna con “Le mille e una notte”. Intenso anche il rapporto con le lingue, assimilate con facilità all’interno della sua famiglia ebrea, che parla abitualmente quattro o cinque lingue, collocandosi tra origini spagnole e abitudine al viaggio e ai cambiamenti di residenza. Il libro è poi incentrato anche sulla descrizione dell’ambiente scolastico frequentato dallo scrittore e delle tantissime figure di insegnanti ritratte.
Altro tema fondamentale è la contrapposizione tra le aspirazioni alla cultura dei genitori e poi di Elias stesso e la tradizionale pratica del commercio del resto della sua famiglia.
Nel libro la trattazione è intimistica e personale, mentre la dimensione storica, peraltro coincidente con la prima guerra mondiale e i primi sentori di persecuzioni ebraiche, rimane solo ai margini come contorno e accenno.
La narrazione è in prima persona e la struttura si caratterizza per la continua giustapposizione di brevi quadri ben descritti e compiuti, con un andamento cronologico lineare. La scrittura è di grande bellezza e fluidità, seppur a volte la materia pare eccessivamente ripetuta e quasi noiosa. A livello di struttura generale vi è differenza tra la prima parte in cui è centrale il rapporto diretto madre-figlio e la seconda parte in cui il giovane Canetti si trova da solo nel collegio di Villa Yalta, a Zurigo.
Il rapporto con la cultura di Canetti a qualcuno suscita degli interrogativi parendo autoreferenziale, astratto e per così dire, freddo.
Il brusco finale segna un inaspettato cambiamento nel rapporto con la madre e con la cultura al tempo stesso e lascia aperto un senso di nuove prospettive personali, esistenziali, ma anche storiche. Ancora il percorso autobiografico si intreccia con un discorso sulla cultura stessa: la cacciata non è soltanto dal proprio paradiso personale del liceo di Zurigo, ma anche da un’idea di vita culturale comoda e astratta distaccata dal reale e dalle sue potenziali sofferenze.

Almarina - Valeria Parrella

Almarina, Valeria Parrella [candidato al Premio Strega 2020]
Dall'incontro dell'11 giugno 2020

Valeria Parrella ci dona, romanzandola, la sua esperienza di insegnante nel penitenziario di Nisida e lo fa con il suo modo unico di scrivere, così denso, intimo poetico ed incisivo. In questo luogo sospeso in un eterno presente perché del passato difficile e violento non si parla ed il futuro è troppo lontano e incerto, due solitudini si incontrato: Elisabetta l'insegnante e Almarina, la giovane detenuta. Da tutto il romanzo traspaiono grandi temi sociali, disuguaglianze foriere di violenza e ingiustizie, carcere come possibile luogo di redenzione e ruolo fondamentale dell'istruzione in questo percorso di rinascita, temi questi che forse meritavano un maggiore approfondimento. Fondamentale il rapporto tra ragazzi ed insegnanti ancor più in una realtà carceraria minorile come quella di Nisida, che fa incontrare le due protagoniste. É tramite questo rapporto insegnante-detenuta, madre-figlia mai avuta, che entrambe maturano a vicenda, vincendo, in particolare Elisabetta, quei fantasmi che dalla morte del coniuge l'accompagnano. Non tragga in inganno il titolo: é Elisabetta e non Almarina il personaggio di maggior spessore. Sullo sfondo Napoli magistralmente dipinta in poche pennellate come forse solo gli scrittori partenopei sanno fare, con i suoi chiaroscuri, le sue contraddizioni, i suoi eccessi e la sua debordante bellezza.
Il libro è stato letto prima del lockdown, ma commentato solo adesso, sia pure online, uno sprazzo di normalità e speriamo, anche per noi ex-reclusi, segno di rinascita.

Nella notte - Concita De Gregorio

Nella notte, Concita De Gregorio
Dall’incontro del 8 ottobre 2020

L’autrice, con un linguaggio che è proprio di chi è politicamente impegnato, scrive un romanzo che si potrebbe ben inserire nell’attuale contesto politico, con uno stile da cronaca giornalistica, attenta a dettagli, dati, intrecci, rispolvera notizie, ricuce eventi e costruisce un contesto narrativo a tratti complicato per lettori non avvezzi al “politichese”. Una riflessione indagatrice propria di chi per mestiere spoglia ciò che appare per svelarne i retroscena, spesso oscuri, fatti di intrighi, depistaggi e falsità. Nora e Alice, le due amiche protagoniste del racconto, si ritrovano a raccogliere informazioni destinate al centro studi per cui lavorano, dove i dati raccolti vengono rivenduti al miglior offerente. Ben presto Nora non si sente a suo agio in tale contesto e sottopone all’amica tutti i suoi dubbi in proposito. Il romanzo che si può anche definire “al femminile” con l’utilizzo della “sorellanza” come espediente editoriale, narrativo; due donne, amiche, sole contro un mondo corrotto e deviato, impegnate in un’operazione di dossieraggio dalle finalità discutibili che rivela il lato oscuro dell’informazione o meglio della disinformazione, della manipolazione dei fatti. Lavorando insieme alla costruzione dei dossier richiesti, scoprono in quale rete di connivenze e complicità si muove una certa realtà, alimentata da menzogne di ogni genere. Il romanzo si snoda come un giallo, si svelano via via i protagonisti, si cerca qualcosa… ma l’autore del “delitto” sembra non essere mai svelato, perché non si tratta di uno solo ma di una trama fitta in cui l’oggetto disperso, ucciso, sembra essere proprio la Verità, nascosta, alterata, manipolata, adattata ai più meschini interessi. I contenuti dell’opera sembrano più adatti a un saggio, non sembrano, invece, evocare il mondo immaginativo proprio del romanzo, non toccano nel profondo, l’innesto dei personaggi sul canovaccio narrativo non convince pienamente. Da rilevare il messaggio di speranza nella gioventù incarnata dalle due giovani che si propongono di cambiare il sistema (da fuori o da dentro?) rifiutando la narrativa del centro studi fino al punto di lasciare i lavori in corso e fondare un giornale online, un progetto collettivo con cui le amiche si propongono di rinnovare la loro azione facendo conoscere al pubblico qualcosa di vero… fingendo che sia falso, camuffandolo con qualche espediente. Questa speranza di cambiamento collettivo viene ancor più sottolineato, nel finale, dalla proposta di collaborazione al giornale “La lepre” da parte di una giovane sconosciuta animata dalle medesime intenzioni di Nora e Alice: scoperchiare la pentola con leggerezza e… astuzia.

Canone inverso - Paolo Maurensig

Canone inverso, Paolo Maurensig
Dall’incontro del 17 gennaio 2019

Il racconto inizia a Vienna con l’acquisto all’asta da parte di un distinto signore di un violino molto particolare realizzato dal liutaio austriaco Jacobus Stainer. Il violino è impreziosito da un’intaglio sul cavigliere che rappresenta un volto umano deformato dal dolore. Tutto il romanzo ruota intorno al prezioso violino e ai suoi possessori, siano essi legittimi oppure no. Uno scrittore, venuto a conoscenza delle vicende legate a uno dei proprietari del prezioso strumento musicale, ne vorrebbe narrare la storia e, per questo, si mette sulle sue tracce arrivando fino all’ultimo acquirente e trovando così la conferma della sua reale esistenza. Ma la storia narrata in questo romanzo è molto più articolata di quel che sembra inizialmente e conduce il lettore in un antro brulicante di passioni, di emozioni, di misteri e di mezze verità che ora prende la forma del rigido collegio per giovani musicisti dove avviene l’incontro tra Jeno e Kuno, i due personaggi attorno ai quali si sviluppano le vicende principali; ora del castello di Hofstain in Tirolo, luogo denso di memoria, casa di Kuno in cui viene ospitato l’amico Jeno per un lungo periodo, durante il quale si sviluppa in Kuno il seme della follia trasformando il promettente musicista in quello che sarebbe stato più avanti, dopo l’internamento presso l’ospedale psichiatrico, un barbone senza dimora. Maurensig offre ai suoi lettori un romanzo cupo, pesante ma intenso, evocativo, scritto in uno stile solenne dal sapore antico adatto a sostenere l’avvicendarsi degli avvenimenti e la loro collocazione storica. Le vicende narrate, infatti, si snodano nel periodo dell’ascesa nazista, se ne possono cogliere riferimenti tra le righe ma, soprattutto, se ne percepisce la pesantezza che permea, con la sua ombra sinistra, tutto il racconto. Il romanzo è inserito in un clima di sospensione temporale, che rimanda, da subito, a qualcosa di ignoto se non addirittura minaccioso. La trama è presentata da tre narratori: lo scrittore, che intravede la possibilità, sempre procrastinata, di scrivere una storia che parli di musica e musicisti; Jeno Varga (Kuno), il violinista ambulante, che racconta le singolari vicende della propria vita ad uno scrittore sconosciuto; l’Io narrante, che si scoprirà solo alla fine essere Gustav Blau, zio di Kuno, misterioso acquirente del violino. I tre narratori parlano di musica, ne filosofeggiano, ne gustano la sostanza, ne descrivono il rapimento interiore che essa induce nei musicisti che eseguono i brani ma anche negli ascoltatori, poi essa finisce e cessa di esistere, ma se ne può sentire risuonare l’eco anche quando l’esecuzione si conclude e rimane una sottile vibrazione che tutto pervade e attraversa. La particolare struttura del romanzo si evince fin dal titolo: “Canone inverso”, ad un certo punto, come nella musica, il romanzo cambia andamento, torna al punto d’inizio, svelando... ma non del tutto l’identità dei narratori. Come nella vicenda di Sisifo il masso rotola sempre indietro, così nel romanzo si torna a capo. Rimane al lettore trarre le conclusioni o ricominciare il romanzo d’accapo per comprenderne meglio i punti salienti, i molti temi toccati: la passione, il talento, l’amicizia, l’ossessione, la follia…

Canone inverso - Paolo Maurensig

Canone inverso, Paolo Maurensig
Dall’incontro del 17 gennaio 2019

Il racconto inizia a Vienna con l’acquisto all’asta da parte di un distinto signore di un violino molto particolare realizzato dal liutaio austriaco Jacobus Stainer. Il violino è impreziosito da un’intaglio sul cavigliere che rappresenta un volto umano deformato dal dolore. Tutto il romanzo ruota intorno al prezioso violino e ai suoi possessori, siano essi legittimi oppure no. Uno scrittore, venuto a conoscenza delle vicende legate a uno dei proprietari del prezioso strumento musicale, ne vorrebbe narrare la storia e, per questo, si mette sulle sue tracce arrivando fino all’ultimo acquirente e trovando così la conferma della sua reale esistenza. Ma la storia narrata in questo romanzo è molto più articolata di quel che sembra inizialmente e conduce il lettore in un antro brulicante di passioni, di emozioni, di misteri e di mezze verità che ora prende la forma del rigido collegio per giovani musicisti dove avviene l’incontro tra Jeno e Kuno, i due personaggi attorno ai quali si sviluppano le vicende principali; ora del castello di Hofstain in Tirolo, luogo denso di memoria, casa di Kuno in cui viene ospitato l’amico Jeno per un lungo periodo, durante il quale si sviluppa in Kuno il seme della follia trasformando il promettente musicista in quello che sarebbe stato più avanti, dopo l’internamento presso l’ospedale psichiatrico, un barbone senza dimora. Maurensig offre ai suoi lettori un romanzo cupo, pesante ma intenso, evocativo, scritto in uno stile solenne dal sapore antico adatto a sostenere l’avvicendarsi degli avvenimenti e la loro collocazione storica. Le vicende narrate, infatti, si snodano nel periodo dell’ascesa nazista, se ne possono cogliere riferimenti tra le righe ma, soprattutto, se ne percepisce la pesantezza che permea, con la sua ombra sinistra, tutto il racconto. Il romanzo è inserito in un clima di sospensione temporale, che rimanda, da subito, a qualcosa di ignoto se non addirittura minaccioso. La trama è presentata da tre narratori: lo scrittore, che intravede la possibilità, sempre procrastinata, di scrivere una storia che parli di musica e musicisti; Jeno Varga (Kuno), il violinista ambulante, che racconta le singolari vicende della propria vita ad uno scrittore sconosciuto; l’Io narrante, che si scoprirà solo alla fine essere Gustav Blau, zio di Kuno, misterioso acquirente del violino. I tre narratori parlano di musica, ne filosofeggiano, ne gustano la sostanza, ne descrivono il rapimento interiore che essa induce nei musicisti che eseguono i brani ma anche negli ascoltatori, poi essa finisce e cessa di esistere, ma se ne può sentire risuonare l’eco anche quando l’esecuzione si conclude e rimane una sottile vibrazione che tutto pervade e attraversa. La particolare struttura del romanzo si evince fin dal titolo: “Canone inverso”, ad un certo punto, come nella musica, il romanzo cambia andamento, torna al punto d’inizio, svelando... ma non del tutto l’identità dei narratori. Come nella vicenda di Sisifo il masso rotola sempre indietro, così nel romanzo si torna a capo. Rimane al lettore trarre le conclusioni o ricominciare il romanzo d’accapo per comprenderne meglio i punti salienti, i molti temi toccati: la passione, il talento, l’amicizia, l’ossessione, la follia…

Canone inverso - Paolo Maurensig

Canone inverso, Paolo Maurensig
Dall’incontro del 17 gennaio 2019

Il racconto inizia a Vienna con l’acquisto all’asta da parte di un distinto signore di un violino molto particolare realizzato dal liutaio austriaco Jacobus Stainer. Il violino è impreziosito da un’intaglio sul cavigliere che rappresenta un volto umano deformato dal dolore. Tutto il romanzo ruota intorno al prezioso violino e ai suoi possessori, siano essi legittimi oppure no. Uno scrittore, venuto a conoscenza delle vicende legate a uno dei proprietari del prezioso strumento musicale, ne vorrebbe narrare la storia e, per questo, si mette sulle sue tracce arrivando fino all’ultimo acquirente e trovando così la conferma della sua reale esistenza. Ma la storia narrata in questo romanzo è molto più articolata di quel che sembra inizialmente e conduce il lettore in un antro brulicante di passioni, di emozioni, di misteri e di mezze verità che ora prende la forma del rigido collegio per giovani musicisti dove avviene l’incontro tra Jeno e Kuno, i due personaggi attorno ai quali si sviluppano le vicende principali; ora del castello di Hofstain in Tirolo, luogo denso di memoria, casa di Kuno in cui viene ospitato l’amico Jeno per un lungo periodo, durante il quale si sviluppa in Kuno il seme della follia trasformando il promettente musicista in quello che sarebbe stato più avanti, dopo l’internamento presso l’ospedale psichiatrico, un barbone senza dimora. Maurensig offre ai suoi lettori un romanzo cupo, pesante ma intenso, evocativo, scritto in uno stile solenne dal sapore antico adatto a sostenere l’avvicendarsi degli avvenimenti e la loro collocazione storica. Le vicende narrate, infatti, si snodano nel periodo dell’ascesa nazista, se ne possono cogliere riferimenti tra le righe ma, soprattutto, se ne percepisce la pesantezza che permea, con la sua ombra sinistra, tutto il racconto. Il romanzo è inserito in un clima di sospensione temporale, che rimanda, da subito, a qualcosa di ignoto se non addirittura minaccioso. La trama è presentata da tre narratori: lo scrittore, che intravede la possibilità, sempre procrastinata, di scrivere una storia che parli di musica e musicisti; Jeno Varga (Kuno), il violinista ambulante, che racconta le singolari vicende della propria vita ad uno scrittore sconosciuto; l’Io narrante, che si scoprirà solo alla fine essere Gustav Blau, zio di Kuno, misterioso acquirente del violino. I tre narratori parlano di musica, ne filosofeggiano, ne gustano la sostanza, ne descrivono il rapimento interiore che essa induce nei musicisti che eseguono i brani ma anche negli ascoltatori, poi essa finisce e cessa di esistere, ma se ne può sentire risuonare l’eco anche quando l’esecuzione si conclude e rimane una sottile vibrazione che tutto pervade e attraversa. La particolare struttura del romanzo si evince fin dal titolo: “Canone inverso”, ad un certo punto, come nella musica, il romanzo cambia andamento, torna al punto d’inizio, svelando... ma non del tutto l’identità dei narratori. Come nella vicenda di Sisifo il masso rotola sempre indietro, così nel romanzo si torna a capo. Rimane al lettore trarre le conclusioni o ricominciare il romanzo d’accapo per comprenderne meglio i punti salienti, i molti temi toccati: la passione, il talento, l’amicizia, l’ossessione, la follia…

La figlia dell'aggiustaossa - Amy Tan

Amy Tan, La figlia dell’aggiustaossa
Resoconto dell’incontro del l’8 novembre 2018
Il libro ripercorre la vita di tre generazioni di donne, una saga familiare dunque che propone al lettore un salto temporale e culturale notevole, dal presente al passato e dagli Stati Uniti d’America alla Cina rurale durante l’invasione giapponese. Ruth, giovane donna con una carriera ben avviata come editor e un rapporto difficile con la madre, riprende in mano un manoscritto/diario scritto in cinese nel quale scopre i fatti salienti e misteriosi che hanno portato Luling, sua madre, a diventare esageratamente spigolosa e succube delle più svariate superstizioni. Il racconto si snoda attraverso una trama molto fitta e densa di fatti storici importanti, di ritrovamenti archeologici di rilievo come l’uomo di Pechino, di costumi e pratiche ancestrali come le ossa oracolari e il loro uso, di produzioni artigianali specifiche come i bastoncini d’inchiostro…. insomma un miscuglio di elementi tra cui navigare a vista per non perdere la direzione. Un romanzo affollato di personaggi dalle caratteristiche più disparate: la nonna di Ruth, “Preziosa zietta”, donna deturpata da un incidente che vive nascondendo alla figlia di essere sua madre la quale viene a scoprirlo solo successivamente alla sua tragica morte; l’anziano traduttore del manoscritto, uomo sapiente, che nutre una simpatia particolare per Luling apprezzandone le molte qualità sebbene esse siano leggermente appannate da un Alzheimer incipiente; Art, il compagno americano di Ruth che cerca di recuperare il loro rapporto cercando una soluzione condivisa alle difficoltà abitative e di gestione della malattia di Luling. L’autrice trasporta il lettore all’interno di rapporti complessi in cui il passato diventa riserva a cui attingere continuamente per determinare e delineare il presente con il suo carico di soffocanti maledizioni, di credenze popolari e di paure irrazionali, ma anche di rapporti indissolubili, autentici legami d’amicizia e un insondabile amore materno. E infine l’identità, grande protagonista del racconto, negata, riconosciuta, desiderata, tassello mancante che rende impossibile vivere finché tutto non viene svelato, compreso, accettato ma che rende i protagonisti parte di un percorso, di una famiglia, di legami indivisibili. Il finale favolistico sembra voler ammorbidire un romanzo che richiede grande concentrazione, nel quale la scrittura appare la via per liberarsi e liberare, per abbattere muri e sciogliere le forze attinenti al futuro.

Un giorno perfetto - Melania G. Mazzucco

Il giorno perfetto, Melania Mazzucco
Resoconto dell’incontro del 11 maggio 2017

Il racconto della Mazzucco inizia con degli spari e per tutto il testo il lettore resta col fiato sospeso a cercare di capire cosa sia realmente accaduto. Si tratta di un romanzo corale, i protagonisti intervengono alternandosi, il lettore li segue nei loro pensieri, nei loro sentimenti ed emozioni. Il tutto si svolge nel giro di 24 ore, tempo in cui s’intrecciano le vite dei personaggi e i loro destini in una sorta di triste e logoro canovaccio. Si parla soprattutto di più famiglie fallite, coppie spente, disastri familiari da cui emergono le contrapposizioni, le menzogne, le rivendicazioni che coinvolgono tutti, figli compresi in un gioco alla rovina in cui si inseriscono vite frustrate e sogni infranti. La protagonista principale, Emma, su cui si proietta la scrittrice, è una donna sensuale e angosciata, che ha rinunciato ai propri sogni per amore e che ha capito tardi il grande errore commesso nell’amare Antonio, poliziotto, di cui la scrittrice ci restituisce un profilo psicologico folle e preciso, ambivalente al punto da proteggere l’onorevole Fioravanti, in qualità di capo-scorta, proprio mentre medita vendette contro l’ex moglie e programma l’uccisione dei propri figli. Un’altra coppia, l’onorevole e la giovane e annoiata moglie, figli dell’alta società ma non meno in difficoltà di relazione, non meno in odore di fallimento e d’infelicità, sono icone di una società distratta e malata. E poi, i figli, vittime di relazioni perse e privi di modelli edificanti, annaspano alla ricerca di se stessi e del loro posto nel mondo. In mezzo a tutto ciò, Roma, la città metropolitana, che la scrittrice descrive con dovizia di particolari partendo dai quartieri alti fino alle misere periferie, dai palazzi signorili ai grigi palazzoni scrostati, a sottolineare l’enorme diversità di aspettative e stili di vita in un’unica, profonda, sofferenza. La scrittrice ci propone un racconto chiaro, minuzioso, realistico, la scrittura è funzionale allo scopo di donare una testimonianza diretta della vita di ogni giorno nei sui risvolti più nascosti, più cupi. I temi trattati sono temi di cui purtroppo sentiamo parlare quotidianamente: la violenza sulle donne, la politica distratta e menzognera, l’amore espresso in modo fastidioso, sbagliato, malato, che non riesce a essere autentico e a donare serenità e pienezza. Nel complesso la scrittrice descrive molto bene i complicati stati d’animo dei personaggi in uno stile scorrevole, reso con parole forti che lasciano la loro impronta netta.

Un giorno perfetto - Melania G. Mazzucco

Il giorno perfetto, Melania Mazzucco
Resoconto dell’incontro del 11 maggio 2017

Il racconto della Mazzucco inizia con degli spari e per tutto il testo il lettore resta col fiato sospeso a cercare di capire cosa sia realmente accaduto. Si tratta di un romanzo corale, i protagonisti intervengono alternandosi, il lettore li segue nei loro pensieri, nei loro sentimenti ed emozioni. Il tutto si svolge nel giro di 24 ore, tempo in cui s’intrecciano le vite dei personaggi e i loro destini in una sorta di triste e logoro canovaccio. Si parla soprattutto di più famiglie fallite, coppie spente, disastri familiari da cui emergono le contrapposizioni, le menzogne, le rivendicazioni che coinvolgono tutti, figli compresi in un gioco alla rovina in cui si inseriscono vite frustrate e sogni infranti. La protagonista principale, Emma, su cui si proietta la scrittrice, è una donna sensuale e angosciata, che ha rinunciato ai propri sogni per amore e che ha capito tardi il grande errore commesso nell’amare Antonio, poliziotto, di cui la scrittrice ci restituisce un profilo psicologico folle e preciso, ambivalente al punto da proteggere l’onorevole Fioravanti, in qualità di capo-scorta, proprio mentre medita vendette contro l’ex moglie e programma l’uccisione dei propri figli. Un’altra coppia, l’onorevole e la giovane e annoiata moglie, figli dell’alta società ma non meno in difficoltà di relazione, non meno in odore di fallimento e d’infelicità, sono icone di una società distratta e malata. E poi, i figli, vittime di relazioni perse e privi di modelli edificanti, annaspano alla ricerca di se stessi e del loro posto nel mondo. In mezzo a tutto ciò, Roma, la città metropolitana, che la scrittrice descrive con dovizia di particolari partendo dai quartieri alti fino alle misere periferie, dai palazzi signorili ai grigi palazzoni scrostati, a sottolineare l’enorme diversità di aspettative e stili di vita in un’unica, profonda, sofferenza. La scrittrice ci propone un racconto chiaro, minuzioso, realistico, la scrittura è funzionale allo scopo di donare una testimonianza diretta della vita di ogni giorno nei sui risvolti più nascosti, più cupi. I temi trattati sono temi di cui purtroppo sentiamo parlare quotidianamente: la violenza sulle donne, la politica distratta e menzognera, l’amore espresso in modo fastidioso, sbagliato, malato, che non riesce a essere autentico e a donare serenità e pienezza. Nel complesso la scrittrice descrive molto bene i complicati stati d’animo dei personaggi in uno stile scorrevole, reso con parole forti che lasciano la loro impronta netta.

Un giorno perfetto - Melania G. Mazzucco

Il giorno perfetto, Melania Mazzucco
Resoconto dell’incontro del 11 maggio 2017

Il racconto della Mazzucco inizia con degli spari e per tutto il testo il lettore resta col fiato sospeso a cercare di capire cosa sia realmente accaduto. Si tratta di un romanzo corale, i protagonisti intervengono alternandosi, il lettore li segue nei loro pensieri, nei loro sentimenti ed emozioni. Il tutto si svolge nel giro di 24 ore, tempo in cui s’intrecciano le vite dei personaggi e i loro destini in una sorta di triste e logoro canovaccio. Si parla soprattutto di più famiglie fallite, coppie spente, disastri familiari da cui emergono le contrapposizioni, le menzogne, le rivendicazioni che coinvolgono tutti, figli compresi in un gioco alla rovina in cui si inseriscono vite frustrate e sogni infranti. La protagonista principale, Emma, su cui si proietta la scrittrice, è una donna sensuale e angosciata, che ha rinunciato ai propri sogni per amore e che ha capito tardi il grande errore commesso nell’amare Antonio, poliziotto, di cui la scrittrice ci restituisce un profilo psicologico folle e preciso, ambivalente al punto da proteggere l’onorevole Fioravanti, in qualità di capo-scorta, proprio mentre medita vendette contro l’ex moglie e programma l’uccisione dei propri figli. Un’altra coppia, l’onorevole e la giovane e annoiata moglie, figli dell’alta società ma non meno in difficoltà di relazione, non meno in odore di fallimento e d’infelicità, sono icone di una società distratta e malata. E poi, i figli, vittime di relazioni perse e privi di modelli edificanti, annaspano alla ricerca di se stessi e del loro posto nel mondo. In mezzo a tutto ciò, Roma, la città metropolitana, che la scrittrice descrive con dovizia di particolari partendo dai quartieri alti fino alle misere periferie, dai palazzi signorili ai grigi palazzoni scrostati, a sottolineare l’enorme diversità di aspettative e stili di vita in un’unica, profonda, sofferenza. La scrittrice ci propone un racconto chiaro, minuzioso, realistico, la scrittura è funzionale allo scopo di donare una testimonianza diretta della vita di ogni giorno nei sui risvolti più nascosti, più cupi. I temi trattati sono temi di cui purtroppo sentiamo parlare quotidianamente: la violenza sulle donne, la politica distratta e menzognera, l’amore espresso in modo fastidioso, sbagliato, malato, che non riesce a essere autentico e a donare serenità e pienezza. Nel complesso la scrittrice descrive molto bene i complicati stati d’animo dei personaggi in uno stile scorrevole, reso con parole forti che lasciano la loro impronta netta.

Patagonia express - Luis Sepúlveda

Patagonia express, Luis Sepulveda

Resoconto dell’incontro del 9 marzo 2017

Sepulveda conduce il lettore in questo viaggio nel Sud del mondo, in Patagonia, attraverso una serie di racconti brevi, dei veri e propri “flash” che in poche battute disegnano situazioni e storie. I racconti che fanno da sfondo al viaggio si muovono tra realtà e leggenda in un’atmosfera vera che stimola confidenze, fantasie, ricordi, proprio come una rappresentazione della linfa vitale di quel territorio aspro e dimenticato. I personaggi sono tratteggiati in modo veritiero, crudo, senza sconti; con le loro vite avventurose e stravaganti ai limiti del mondo essi rappresentano un tutt’uno con il territorio in cui vivono, come luci di vita che brillano nel nulla della Terra del fuoco che l’autore contrappone al brulichio impersonale delle città occidentali. Luoghi in cui il tempo scorre lento, forse perché non esiste? Si vive alla giornata e così ogni incontro acquisisce profondità, significato, nessuno è banale anche se molti sono casuali. Il territorio è descritto da chi ci vive e anche da chi, come l’autore, conosce bene quei luoghi, ne è parte integrante. Emerge, inoltre, la passione di Sepulveda per i temi ambientali e sociali che lo hanno visto impegnato in tutto l’arco della sua vita, una sensibilità e una denuncia descritte nel libro in modo semplice e diretto anche se a volte colpiscono per la crudezza delle immagini suscitate. E poi gli autori citati Chatwin e Coloane che l’hanno preceduto nella conoscenza di quelle zone estreme dove si possono cogliere gli archetipi del mondo e se ne può meditare l’evoluzione. Racconti troppo brevi, appena abbozzati o racconti condensati e completi? Al lettore l’esperienza e il relativo riscontro sul testo che in ogni caso apre gli occhi su un mondo complesso al quale l’autore si avvicina con concetti potenti. Sepulveda riesce a trasmettere la propria capacità di meravigliarsi attraverso un mondo di immagini viventi.

La serata ha avuto un risvolto inaspettato, Ago e Annalisa, due assidui partecipanti al gruppo ci hanno fatto partecipi dei loro viaggi in quelle terre con ricordi e aneddoti. La meraviglia del gruppo è stata grande nell’aprire la cassetta dei ricordi di Agostino da cui sono spuntati: una bandiera del Cile, libri di viaggio, la sua “Moleskine” fatta a mano e tanti altri oggetti legati a quel particolare itinerario di viaggio.

Patagonia express - Luis Sepulveda

Patagonia express, Luis Sepulveda

Resoconto dell’incontro del 9 marzo 2017

Sepulveda conduce il lettore in questo viaggio nel Sud del mondo, in Patagonia, attraverso una serie di racconti brevi, dei veri e propri “flash” che in poche battute disegnano situazioni e storie. I racconti che fanno da sfondo al viaggio si muovono tra realtà e leggenda in un’atmosfera vera che stimola confidenze, fantasie, ricordi, proprio come una rappresentazione della linfa vitale di quel territorio aspro e dimenticato. I personaggi sono tratteggiati in modo veritiero, crudo, senza sconti; con le loro vite avventurose e stravaganti ai limiti del mondo essi rappresentano un tutt’uno con il territorio in cui vivono, come luci di vita che brillano nel nulla della Terra del fuoco che l’autore contrappone al brulichio impersonale delle città occidentali. Luoghi in cui il tempo scorre lento, forse perché non esiste? Si vive alla giornata e così ogni incontro acquisisce profondità, significato, nessuno è banale anche se molti sono casuali. Il territorio è descritto da chi ci vive e anche da chi, come l’autore, conosce bene quei luoghi, ne è parte integrante. Emerge, inoltre, la passione di Sepulveda per i temi ambientali e sociali che lo hanno visto impegnato in tutto l’arco della sua vita, una sensibilità e una denuncia descritte nel libro in modo semplice e diretto anche se a volte colpiscono per la crudezza delle immagini suscitate. E poi gli autori citati Chatwin e Coloane che l’Hanno preceduto nella conoscenza di quelle zone estreme dove si possono cogliere gli archetipi del mondo e se ne può meditare l’evoluzione. Racconti troppo brevi, appena abbozzati o racconti condensati e completi? Al lettore l’esperienza e il relativo riscontro sul testo che in ogni caso apre gli occhi su un mondo complesso al quale l’autore si avvicina con concetti potenti. Sepulveda riesce a trasmettere la propria capacità di meravigliarsi attraverso un mondo di immagini viventi.

La serata ha avuto un risvolto inaspettato, Ago e Annalisa, due assidui partecipanti al gruppo ci hanno fatto partecipi dei loro viaggi in quelle terre con ricordi e aneddoti. La meraviglia del gruppo è stata grande nell’aprire la cassetta dei ricordi di Agostino da cui sono spuntati: una bandiera del Cile, libri di viaggio, la sua “Moleskine” fatta a mano e tanti altri oggetti legati a quel particolare itinerario di viaggio.

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