Brc GRUPPO DI LETTURA

Vedi tutti i suoi post
Tout voir

Dernières recensions insérées

Ciò che inferno non è - Alessandro D'Avenia

Ciò che inferno non è, Alessandro D’Avenia
Dall’incontro del 10 giugno 2021

D’Avenia ambienta il suo romanzo a Palermo, nel quartiere Brancaccio, si tratta di un racconto realistico, crudo nella sua infinita drammaticità, una storia di periferia, la stessa in cui si muove con energia don Pino Puglisi. L’opera è un tributo a don Pino, un uomo mite, ma determinato, con una forte vocazione educativa, sia come insegnante di liceo, dove applica un suo metodo pedagogico, che come parroco, impegnato nella cura dei giovani emarginati delle periferie palermitane. Il libro racconta di una società lacerata: da un lato i quartieri benestanti, luoghi in cui i giovani possono vivere, nutrire speranze e progettare un futuro; dall’altra, spazi degradati in cui la mafia spadroneggia, comanda, decide e non perdona, un territorio dove dilaga la violenza, apparentemente senza possibilità di riscatto. Ma il romanzo lancia un messaggio di speranza, di fiducia nella possibilità di cambiamento, la voce narrante spiega che il bene dentro, come un seme, può superare il degrado e germogliare. L’autore dimostra di conoscere molto bene le tematiche sociali del quartiere e le illustra senza sconti: il pregiudizio, l’omertà, le condizioni dei più fragili, l’assenza delle istituzioni e dei servizi essenziali. I personaggi che compongono il quadro narrativo sono ben descritti e caratterizzati, come in uno spartito musicale tutto è ben disposto e ordinato, arricchito da un utilizzo delle metafore estremo, ma efficace, unito a un largo uso di forme retoriche nella descrizione di sentimenti, spazi, colori e ambiente che ne amplificano il messaggio. Il personaggio principale, insieme a don Puglisi, è Federico (alter ego dell’autore), uno studente della Palermo benestante con un amore sfrenato per la letteratura, che decide di trascorrere una parte del suo tempo libero al fianco del suo insegnante di religione per operare come volontario. Un percorso che porterà Federico ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda e a discernere tra il superfluo e l’essenziale, a prendere decisioni forti, anche contro il desiderio della famiglia, in un percorso di formazione che non lascia spazio all’ambiguità. Un romanzo che offre molti spunti di riflessione e che si prefigge un palese intento educativo, alla ricerca di quel che resta di umano in condizioni difficili, alla ricerca di “Ciò che inferno non è”…

Ciò che inferno non è - Alessandro D'Avenia

Ciò che inferno non è, Alessandro D’Avenia
Dall’incontro del 10 giugno 2021

D’Avenia ambienta il suo romanzo a Palermo, nel quartiere Brancaccio, si tratta di un racconto realistico, crudo nella sua infinita drammaticità, una storia di periferia, la stessa in cui si muove con energia don Pino Puglisi. L’opera è un tributo a don Pino, un uomo mite, ma determinato, con una forte vocazione educativa, sia come insegnante di liceo, dove applica un suo metodo pedagogico, che come parroco, impegnato nella cura dei giovani emarginati delle periferie palermitane. Il libro racconta di una società lacerata: da un lato i quartieri benestanti, luoghi in cui i giovani possono vivere, nutrire speranze e progettare un futuro; dall’altra, spazi degradati in cui la mafia spadroneggia, comanda, decide e non perdona, un territorio dove dilaga la violenza, apparentemente senza possibilità di riscatto. Ma il romanzo lancia un messaggio di speranza, di fiducia nella possibilità di cambiamento, la voce narrante spiega che il bene dentro, come un seme, può superare il degrado e germogliare. L’autore dimostra di conoscere molto bene le tematiche sociali del quartiere e le illustra senza sconti: il pregiudizio, l’omertà, le condizioni dei più fragili, l’assenza delle istituzioni e dei servizi essenziali. I personaggi che compongono il quadro narrativo sono ben descritti e caratterizzati, come in uno spartito musicale tutto è ben disposto e ordinato, arricchito da un utilizzo delle metafore estremo, ma efficace, unito a un largo uso di forme retoriche nella descrizione di sentimenti, spazi, colori e ambiente che ne amplificano il messaggio. Il personaggio principale, insieme a don Puglisi, è Federico (alter ego dell’autore), uno studente della Palermo benestante con un amore sfrenato per la letteratura, che decide di trascorrere una parte del suo tempo libero al fianco del suo insegnante di religione per operare come volontario. Un percorso che porterà Federico ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda e a discernere tra il superfluo e l’essenziale, a prendere decisioni forti, anche contro il desiderio della famiglia, in un percorso di formazione che non lascia spazio all’ambiguità. Un romanzo che offre molti spunti di riflessione e che si prefigge un palese intento educativo, alla ricerca di quel che resta di umano in condizioni difficili, alla ricerca di “Ciò che inferno non è”…

Ciò che inferno non è

Ciò che inferno non è, Alessandro D’Avenia
Dall’incontro del 10 giugno 2021

D’Avenia ambienta il suo romanzo a Palermo, nel quartiere Brancaccio, si tratta di un racconto realistico, crudo nella sua infinita drammaticità, una storia di periferia, la stessa in cui si muove con energia don Pino Puglisi. L’opera è un tributo a don Pino, un uomo mite, ma determinato, con una forte vocazione educativa, sia come insegnante di liceo, dove applica un suo metodo pedagogico, che come parroco, impegnato nella cura dei giovani emarginati delle periferie palermitane. Il libro racconta di una società lacerata: da un lato i quartieri benestanti, luoghi in cui i giovani possono vivere, nutrire speranze e progettare un futuro; dall’altra, spazi degradati in cui la mafia spadroneggia, comanda, decide e non perdona, un territorio dove dilaga la violenza, apparentemente senza possibilità di riscatto. Ma il romanzo lancia un messaggio di speranza, di fiducia nella possibilità di cambiamento, la voce narrante spiega che il bene dentro, come un seme, può superare il degrado e germogliare. L’autore dimostra di conoscere molto bene le tematiche sociali del quartiere e le illustra senza sconti: il pregiudizio, l’omertà, le condizioni dei più fragili, l’assenza delle istituzioni e dei servizi essenziali. I personaggi che compongono il quadro narrativo sono ben descritti e caratterizzati, come in uno spartito musicale tutto è ben disposto e ordinato, arricchito da un utilizzo delle metafore estremo, ma efficace, unito a un largo uso di forme retoriche nella descrizione di sentimenti, spazi, colori e ambiente che ne amplificano il messaggio. Il personaggio principale, insieme a don Puglisi, è Federico (alter ego dell’autore), uno studente della Palermo benestante con un amore sfrenato per la letteratura, che decide di trascorrere una parte del suo tempo libero al fianco del suo insegnante di religione per operare come volontario. Un percorso che porterà Federico ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda e a discernere tra il superfluo e l’essenziale, a prendere decisioni forti, anche contro il desiderio della famiglia, in un percorso di formazione che non lascia spazio all’ambiguità. Un romanzo che offre molti spunti di riflessione e che si prefigge un palese intento educativo, alla ricerca di quel che resta di umano in condizioni difficili, alla ricerca di “Ciò che inferno non è”…

Ciò che inferno non è - Alessandro D'Avenia

Ciò che inferno non è, Alessandro D’Avenia
Dall’incontro del 10 giugno 2021

D’Avenia ambienta il suo romanzo a Palermo, nel quartiere Brancaccio, si tratta di un racconto realistico, crudo nella sua infinita drammaticità, una storia di periferia, la stessa in cui si muove con energia don Pino Puglisi. L’opera è un tributo a don Pino, un uomo mite, ma determinato, con una forte vocazione educativa, sia come insegnante di liceo, dove applica un suo metodo pedagogico, che come parroco, impegnato nella cura dei giovani emarginati delle periferie palermitane. Il libro racconta di una società lacerata: da un lato i quartieri benestanti, luoghi in cui i giovani possono vivere, nutrire speranze e progettare un futuro; dall’altra, spazi degradati in cui la mafia spadroneggia, comanda, decide e non perdona, un territorio dove dilaga la violenza, apparentemente senza possibilità di riscatto. Ma il romanzo lancia un messaggio di speranza, di fiducia nella possibilità di cambiamento, la voce narrante spiega che il bene dentro, come un seme, può superare il degrado e germogliare. L’autore dimostra di conoscere molto bene le tematiche sociali del quartiere e le illustra senza sconti: il pregiudizio, l’omertà, le condizioni dei più fragili, l’assenza delle istituzioni e dei servizi essenziali. I personaggi che compongono il quadro narrativo sono ben descritti e caratterizzati, come in uno spartito musicale tutto è ben disposto e ordinato, arricchito da un utilizzo delle metafore estremo, ma efficace, unito a un largo uso di forme retoriche nella descrizione di sentimenti, spazi, colori e ambiente che ne amplificano il messaggio. Il personaggio principale, insieme a don Puglisi, è Federico (alter ego dell’autore), uno studente della Palermo benestante con un amore sfrenato per la letteratura, che decide di trascorrere una parte del suo tempo libero al fianco del suo insegnante di religione per operare come volontario. Un percorso che porterà Federico ad aprire gli occhi sulla realtà che lo circonda e a discernere tra il superfluo e l’essenziale, a prendere decisioni forti, anche contro il desiderio della famiglia, in un percorso di formazione che non lascia spazio all’ambiguità. Un romanzo che offre molti spunti di riflessione e che si prefigge un palese intento educativo, alla ricerca di quel che resta di umano in condizioni difficili, alla ricerca di “Ciò che inferno non è”…

Middle England - Jonathan Coe

Middle England, Jonathan Coe

Dall’incontro del 13 maggio 2021

Il libro propone un affresco dell’Inghilterra contemporanea e ripercorre i principali e forse più significativi eventi della vita pubblica in Gran Bretagna dal 2010 al 2018 mostrando come questi impattino sulla vita dei Trotter e dei loro conoscenti e amici. Sotto i nostri occhi sfilano il primo governo di coalizione di tutta la storia britannica, le rivolte del 2011, i Giochi olimpici del 2012 e il referendum per la Brexit del 2016 (e per vedere come finirà aspettiamo il prossimo romanzo), mentre i personaggi vivono lutti, amori, separazioni e matrimoni e affrontano difficoltà relazionali, lavorative e giudiziarie. Le vicende dei Trotter sono godibili anche da chi non li avesse conosciuti dai romanzi precedenti, che qualcuno ha manifestano il desiderio di leggere, sebbene la maggioranza abbia trovato questo romanzo un po’ troppo lungo e sbrodolato… che ci sia qualcosa di autobiografico nella figura del prolisso scrittore Benjamin? Anche qui sovrabbondano i riferimenti musicali, tanto da portarci ad iniziare e chiudere il nostro incontro online sulle note di Adieu to old England adieu di S. Collins, una malinconica ballata sui bei tempi andati, custodi di una più prospera e vera “inglesità”. Sebbene il libro non appaia così comico come viene presentato, non manca di alcuni momenti esilaranti di perfetto humor inglese. I personaggi sono ben definiti, anche se tutto l’insieme manca un po’ di luce e calore, perfettamente in linea con il clima inglese. L’autore dimostra comunque una grande padronanza della parola scritta e proprio grazie ad un grande esercizio di stile riesce a tenere legato dalla prima all’ultima parola anche il lettore non proprio entusiasta, appassionando gli uni alle vicende personali dei protagonisti e gli altri alla rappresentazione dall’interno della vita sociale e politica dell’Inghilterra contemporanea.

Il sussurro del mondo - Richard Powers

Il sussurro del mondo, Richard Powers
Dall’incontro del 11 marzo 2021

Il romanzo corale di Powers si caratterizza fin dall’inizio come un vero esperimento letterario, a partire dalla suddivisione del testo nelle parti costitutive della pianta: radici, tronco, chioma, semi; richiama a un’idea di mondo naturale come principio primigenio, che sovrasta, con la propria grandiosità e imperturbabilità ogni essere, sia esso animato che inanimato. Le frasi sono brevi, l’autore usa uno stile fluente e poetico, ogni espressione è ricercata, profonda, mai casuale, ogni termine occupa il proprio posto. Come in natura ogni essere ha la propria funzione che coopera allo scorrere della vita, nel romanzo, ogni parola partecipa fluidamente alla costruzione dell’immagine che l’autore vuole illuminare in quel momento e che va a formare, nella successione iconografica, il quadro completo.
Il protagonisti principali del romanzo sono gli alberi, molteplici, tutti differenti, come diversi sono i personaggi che Powers descrive negli otto racconti iniziali che accompagnano il lettore fino alla fine del libro.
I personaggi descritti, nove ritratti di uomini e donne che esprimono culture diverse, tutti senza una vera stabilità, accomunati da un forte amore per la natura e dalla ricerca del senso dell’esistenza, con le loro incertezze, sono, a tutti gli effetti, icone del tempo presente. L’autore affronta, attraverso le vicende dei protagonisti, tematiche ecologiche molto attuali quali la deforestazione selvaggia, la mancanza di coscienza ambientale, lo scorretto sfruttamento delle foreste… La centralità dell’uomo è indiscussa fino a renderlo cieco di fronte agli altri esseri viventi, considerati alla stregua di complementi asserviti al suo volere. L’autore si muove attraverso le generazioni umane sottolineando, in tal modo, la transitorietà dell’esistenza dell’uomo in rapporto all’immensità del mondo naturale, di cui evidenzia l’onnipresenza, la fedeltà, la sinergia profonda e l’immutabilità rispetto alla caducità di ogni singola biografia.
Powers ha avuto il coraggio di denunciare un sistema economico poco lungimirante , corrotto e asservito a interessi finanziari, poco incline alla valutazione dei costi ambientali dello sfruttamento delle foreste, colpevole dell’ esaurimento delle risorse e degli effetti dirompenti che ne derivano.
Il libro è senz’altro un esercizio di lettura e di impegno notevole, sia per la densità delle pagine che per il ricorso a espedienti narrativi poco comuni, l’autore ha scritto un’opera monumentale che freme e si muove sottoterra come l’intreccio sotterraneo delle radici che portano e trasmettono all’infinito messaggi che non riusciamo ad afferrare completamente, con fruscii convulsi che esprimono la vita della natura di cui se ci fermiamo, se ascoltiamo, possiamo cogliere il sussurro.

Una domenica - Fabio Geda

Una domenica, Fabio Geda
Dall’incontro del 12 novembre 2020

Un piccolo incidente domestico cambia il corso degli eventi, siamo a Torino, in una grande casa familiare situata in Lungo Po Antonelli, l’autore dipinge bene l’atmosfera di quella porzione di città in cui colloca quasi tutti gli avvenimenti importanti che coinvolgono i membri della famiglia di cui fa parte la voce narrante, Giulia. Dal capezzale del padre Ernesto, Giulia si guarda indietro e racconta le vicende della propria famiglia ripercorrendone i momenti più importanti, quelli semplici, che hanno dato vita a legami profondi, attimi di gioia, momenti felici ma anche incomprensioni e piccoli attriti che possono, se non affrontati, procurare ferite quasi insanabili. Il padre ingegnere, dopo una vita a costruire ponti, affronta lo smarrimento della fase post lavorativa, con i dubbi e i pensieri che lo accompagnano e a tratti lo inseguono, con un bagaglio di cose dette e non dette, di nostalgie e ricordi che affiorano nei momenti di solitudine. Il romanzo, scritto con stile sobrio, cortese, chiaro e delicato, si può definire un viaggio nella quotidianità in cui ognuno di noi può immergersi e riconoscersi. L’incontro imprevisto tra il padre di Giulia e la giovane Elena, madre di Gaston, consente all’autore di aprire una porta da cui permette di sbirciare nella vita altrui, anche solo per una giornata, una strana domenica, in cui Ernesto ritorna a gustare un momento di intimità familiare grazie a persone quasi sconosciute.
I personaggi del romanzo sono ben delineati, con ruoli ben riconoscibili e definiti attraverso i quali Geda indaga il rapporto genitori/figli con lo sguardo delicato e originale che gli è proprio, senza rivelare troppo dei loro caratteri, delle loro debolezze, rendendoli così più veri, con i loro comportamenti a volte inspiegabili e un modo di amare imperfetto, normale.
La narrazione, l’uso delle parole o il loro “non uso” danno la cifra del rapporto tra Giulia e suo padre, i silenzi a volte pesano… ma ecco che l’autore dà a lei il compito di trovare una soluzione per superare il conflitto, un punto di contatto con il padre che, ora, sta per lasciarla; lei che della parola ha colto il segreto nascosto e ne ha educato l’aspetto artistico, facendolo diventare la sua scelta di vita, ha l’incarico di riannodare il filo del discorso, di trovare la parola giusta per costruire quel ponte e riconciliarsi con l’amato padre, molto pragmatico ma poco empatico.
Un romanzo da gustare, dolce e poetico che sa dare messaggi positivi e che lascia al lettore lo spazio per attingere ai propri ricordi, al proprio vissuto, con un finale forse un po’ troppo addolcito ma sicuramente aperto a molte interpretazioni. Un mondo intimo nel quale è ancora possibile “riparare” le crepe familiari risalendo alle origini del problema, seguitando, in un gioco infinito, a costruire ponti.

La lingua salvata. Storia di una giovinezza

La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Elias Canetti
Dall’incontro del 16 gennaio 2020

“La lingua salvata” è la prima parte dei tre libri autobiografici, che Elias Canetti pubblica dal 1977 ormai settantaduenne. Come recita il sottotitolo “Storia di una giovinezza”, è da lì che inizia a tracciare la storia della sua formazione esistenziale e culturale. Sono gli anni che vanno dall’infanzia in Bulgaria, ai vari spostamenti in Inghilterra, a Vienna e per finire in Svizzera, dove le vicende si concludono, nel 1921, lasciando un Elias sedicenne in procinto di un grande cambiamento.
La vita di Canetti è segnata dalla prematura e inaspettata morte del padre. Centrale nel libro e nella biografia di Elias appare fin da subito il rapporto con la madre Mathilde. La donna, dopo la scomparsa dell’amato marito, si dedica con dedizione ai tre figli, dominata dalla sua natura ipersensibile e dalle sue aspirazioni culturali. Umanista colta e pacifista, ha una personalità complicata, che la condanna alla fragilità e a una misteriosa malattia, che la costringerà a frequenti soggiorni in sanatorio. La formazione culturale di Canetti è strettamente legata alla madre, che ha un ruolo determinante e autoritario nell’apprendimento delle lingue (in particolar modo l’amato tedesco) e di una sensibilità letteraria verso i classici, primo fra tutti Shakespeare. Il rapporto madre-figlio, in cui Elias si trova a sostituire il padre scomparso, appare estremamente intenso, complesso e segnato da una morbosa gelosia di Elias verso la madre.
La figura del bambino-Canetti si delinea come fuori dall’ordinario per la smisurata e totalizzante passione per i libri e la venerazione per gli scrittori. Innumerevoli le letture letterarie citate, fin dalla primissima iniziazione paterna con “Le mille e una notte”. Intenso anche il rapporto con le lingue, assimilate con facilità all’interno della sua famiglia ebrea, che parla abitualmente quattro o cinque lingue, collocandosi tra origini spagnole e abitudine al viaggio e ai cambiamenti di residenza. Il libro è poi incentrato anche sulla descrizione dell’ambiente scolastico frequentato dallo scrittore e delle tantissime figure di insegnanti ritratte.
Altro tema fondamentale è la contrapposizione tra le aspirazioni alla cultura dei genitori e poi di Elias stesso e la tradizionale pratica del commercio del resto della sua famiglia.
Nel libro la trattazione è intimistica e personale, mentre la dimensione storica, peraltro coincidente con la prima guerra mondiale e i primi sentori di persecuzioni ebraiche, rimane solo ai margini come contorno e accenno.
La narrazione è in prima persona e la struttura si caratterizza per la continua giustapposizione di brevi quadri ben descritti e compiuti, con un andamento cronologico lineare. La scrittura è di grande bellezza e fluidità, seppur a volte la materia pare eccessivamente ripetuta e quasi noiosa. A livello di struttura generale vi è differenza tra la prima parte in cui è centrale il rapporto diretto madre-figlio e la seconda parte in cui il giovane Canetti si trova da solo nel collegio di Villa Yalta, a Zurigo.
Il rapporto con la cultura di Canetti a qualcuno suscita degli interrogativi parendo autoreferenziale, astratto e per così dire, freddo.
Il brusco finale segna un inaspettato cambiamento nel rapporto con la madre e con la cultura al tempo stesso e lascia aperto un senso di nuove prospettive personali, esistenziali, ma anche storiche. Ancora il percorso autobiografico si intreccia con un discorso sulla cultura stessa: la cacciata non è soltanto dal proprio paradiso personale del liceo di Zurigo, ma anche da un’idea di vita culturale comoda e astratta distaccata dal reale e dalle sue potenziali sofferenze.

La lingua salvata - Elias Canetti

La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Elias Canetti
Dall’incontro del 16 gennaio 2020

“La lingua salvata” è la prima parte dei tre libri autobiografici, che Elias Canetti pubblica dal 1977 ormai settantaduenne. Come recita il sottotitolo “Storia di una giovinezza”, è da lì che inizia a tracciare la storia della sua formazione esistenziale e culturale. Sono gli anni che vanno dall’infanzia in Bulgaria, ai vari spostamenti in Inghilterra, a Vienna e per finire in Svizzera, dove le vicende si concludono, nel 1921, lasciando un Elias sedicenne in procinto di un grande cambiamento.
La vita di Canetti è segnata dalla prematura e inaspettata morte del padre. Centrale nel libro e nella biografia di Elias appare fin da subito il rapporto con la madre Mathilde. La donna, dopo la scomparsa dell’amato marito, si dedica con dedizione ai tre figli, dominata dalla sua natura ipersensibile e dalle sue aspirazioni culturali. Umanista colta e pacifista, ha una personalità complicata, che la condanna alla fragilità e a una misteriosa malattia, che la costringerà a frequenti soggiorni in sanatorio. La formazione culturale di Canetti è strettamente legata alla madre, che ha un ruolo determinante e autoritario nell’apprendimento delle lingue (in particolar modo l’amato tedesco) e di una sensibilità letteraria verso i classici, primo fra tutti Shakespeare. Il rapporto madre-figlio, in cui Elias si trova a sostituire il padre scomparso, appare estremamente intenso, complesso e segnato da una morbosa gelosia di Elias verso la madre.
La figura del bambino-Canetti si delinea come fuori dall’ordinario per la smisurata e totalizzante passione per i libri e la venerazione per gli scrittori. Innumerevoli le letture letterarie citate, fin dalla primissima iniziazione paterna con “Le mille e una notte”. Intenso anche il rapporto con le lingue, assimilate con facilità all’interno della sua famiglia ebrea, che parla abitualmente quattro o cinque lingue, collocandosi tra origini spagnole e abitudine al viaggio e ai cambiamenti di residenza. Il libro è poi incentrato anche sulla descrizione dell’ambiente scolastico frequentato dallo scrittore e delle tantissime figure di insegnanti ritratte.
Altro tema fondamentale è la contrapposizione tra le aspirazioni alla cultura dei genitori e poi di Elias stesso e la tradizionale pratica del commercio del resto della sua famiglia.
Nel libro la trattazione è intimistica e personale, mentre la dimensione storica, peraltro coincidente con la prima guerra mondiale e i primi sentori di persecuzioni ebraiche, rimane solo ai margini come contorno e accenno.
La narrazione è in prima persona e la struttura si caratterizza per la continua giustapposizione di brevi quadri ben descritti e compiuti, con un andamento cronologico lineare. La scrittura è di grande bellezza e fluidità, seppur a volte la materia pare eccessivamente ripetuta e quasi noiosa. A livello di struttura generale vi è differenza tra la prima parte in cui è centrale il rapporto diretto madre-figlio e la seconda parte in cui il giovane Canetti si trova da solo nel collegio di Villa Yalta, a Zurigo.
Il rapporto con la cultura di Canetti a qualcuno suscita degli interrogativi parendo autoreferenziale, astratto e per così dire, freddo.
Il brusco finale segna un inaspettato cambiamento nel rapporto con la madre e con la cultura al tempo stesso e lascia aperto un senso di nuove prospettive personali, esistenziali, ma anche storiche. Ancora il percorso autobiografico si intreccia con un discorso sulla cultura stessa: la cacciata non è soltanto dal proprio paradiso personale del liceo di Zurigo, ma anche da un’idea di vita culturale comoda e astratta distaccata dal reale e dalle sue potenziali sofferenze.

La lingua salvata - Elias Canetti

La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Elias Canetti
Dall’incontro del 16 gennaio 2020

“La lingua salvata” è la prima parte dei tre libri autobiografici, che Elias Canetti pubblica dal 1977 ormai settantaduenne. Come recita il sottotitolo “Storia di una giovinezza”, è da lì che inizia a tracciare la storia della sua formazione esistenziale e culturale. Sono gli anni che vanno dall’infanzia in Bulgaria, ai vari spostamenti in Inghilterra, a Vienna e per finire in Svizzera, dove le vicende si concludono, nel 1921, lasciando un Elias sedicenne in procinto di un grande cambiamento.
La vita di Canetti è segnata dalla prematura e inaspettata morte del padre. Centrale nel libro e nella biografia di Elias appare fin da subito il rapporto con la madre Mathilde. La donna, dopo la scomparsa dell’amato marito, si dedica con dedizione ai tre figli, dominata dalla sua natura ipersensibile e dalle sue aspirazioni culturali. Umanista colta e pacifista, ha una personalità complicata, che la condanna alla fragilità e a una misteriosa malattia, che la costringerà a frequenti soggiorni in sanatorio. La formazione culturale di Canetti è strettamente legata alla madre, che ha un ruolo determinante e autoritario nell’apprendimento delle lingue (in particolar modo l’amato tedesco) e di una sensibilità letteraria verso i classici, primo fra tutti Shakespeare. Il rapporto madre-figlio, in cui Elias si trova a sostituire il padre scomparso, appare estremamente intenso, complesso e segnato da una morbosa gelosia di Elias verso la madre.
La figura del bambino-Canetti si delinea come fuori dall’ordinario per la smisurata e totalizzante passione per i libri e la venerazione per gli scrittori. Innumerevoli le letture letterarie citate, fin dalla primissima iniziazione paterna con “Le mille e una notte”. Intenso anche il rapporto con le lingue, assimilate con facilità all’interno della sua famiglia ebrea, che parla abitualmente quattro o cinque lingue, collocandosi tra origini spagnole e abitudine al viaggio e ai cambiamenti di residenza. Il libro è poi incentrato anche sulla descrizione dell’ambiente scolastico frequentato dallo scrittore e delle tantissime figure di insegnanti ritratte.
Altro tema fondamentale è la contrapposizione tra le aspirazioni alla cultura dei genitori e poi di Elias stesso e la tradizionale pratica del commercio del resto della sua famiglia.
Nel libro la trattazione è intimistica e personale, mentre la dimensione storica, peraltro coincidente con la prima guerra mondiale e i primi sentori di persecuzioni ebraiche, rimane solo ai margini come contorno e accenno.
La narrazione è in prima persona e la struttura si caratterizza per la continua giustapposizione di brevi quadri ben descritti e compiuti, con un andamento cronologico lineare. La scrittura è di grande bellezza e fluidità, seppur a volte la materia pare eccessivamente ripetuta e quasi noiosa. A livello di struttura generale vi è differenza tra la prima parte in cui è centrale il rapporto diretto madre-figlio e la seconda parte in cui il giovane Canetti si trova da solo nel collegio di Villa Yalta, a Zurigo.
Il rapporto con la cultura di Canetti a qualcuno suscita degli interrogativi parendo autoreferenziale, astratto e per così dire, freddo.
Il brusco finale segna un inaspettato cambiamento nel rapporto con la madre e con la cultura al tempo stesso e lascia aperto un senso di nuove prospettive personali, esistenziali, ma anche storiche. Ancora il percorso autobiografico si intreccia con un discorso sulla cultura stessa: la cacciata non è soltanto dal proprio paradiso personale del liceo di Zurigo, ma anche da un’idea di vita culturale comoda e astratta distaccata dal reale e dalle sue potenziali sofferenze.

Almarina - Valeria Parrella

Almarina, Valeria Parrella [candidato al Premio Strega 2020]
Dall'incontro dell'11 giugno 2020

Valeria Parrella ci dona, romanzandola, la sua esperienza di insegnante nel penitenziario di Nisida e lo fa con il suo modo unico di scrivere, così denso, intimo poetico ed incisivo. In questo luogo sospeso in un eterno presente perché del passato difficile e violento non si parla ed il futuro è troppo lontano e incerto, due solitudini si incontrato: Elisabetta l'insegnante e Almarina, la giovane detenuta. Da tutto il romanzo traspaiono grandi temi sociali, disuguaglianze foriere di violenza e ingiustizie, carcere come possibile luogo di redenzione e ruolo fondamentale dell'istruzione in questo percorso di rinascita, temi questi che forse meritavano un maggiore approfondimento. Fondamentale il rapporto tra ragazzi ed insegnanti ancor più in una realtà carceraria minorile come quella di Nisida, che fa incontrare le due protagoniste. É tramite questo rapporto insegnante-detenuta, madre-figlia mai avuta, che entrambe maturano a vicenda, vincendo, in particolare Elisabetta, quei fantasmi che dalla morte del coniuge l'accompagnano. Non tragga in inganno il titolo: é Elisabetta e non Almarina il personaggio di maggior spessore. Sullo sfondo Napoli magistralmente dipinta in poche pennellate come forse solo gli scrittori partenopei sanno fare, con i suoi chiaroscuri, le sue contraddizioni, i suoi eccessi e la sua debordante bellezza.
Il libro è stato letto prima del lockdown, ma commentato solo adesso, sia pure online, uno sprazzo di normalità e speriamo, anche per noi ex-reclusi, segno di rinascita.

Nella notte - Concita De Gregorio

Nella notte, Concita De Gregorio
Dall’incontro del 8 ottobre 2020

L’autrice, con un linguaggio che è proprio di chi è politicamente impegnato, scrive un romanzo che si potrebbe ben inserire nell’attuale contesto politico, con uno stile da cronaca giornalistica, attenta a dettagli, dati, intrecci, rispolvera notizie, ricuce eventi e costruisce un contesto narrativo a tratti complicato per lettori non avvezzi al “politichese”. Una riflessione indagatrice propria di chi per mestiere spoglia ciò che appare per svelarne i retroscena, spesso oscuri, fatti di intrighi, depistaggi e falsità. Nora e Alice, le due amiche protagoniste del racconto, si ritrovano a raccogliere informazioni destinate al centro studi per cui lavorano, dove i dati raccolti vengono rivenduti al miglior offerente. Ben presto Nora non si sente a suo agio in tale contesto e sottopone all’amica tutti i suoi dubbi in proposito. Il romanzo che si può anche definire “al femminile” con l’utilizzo della “sorellanza” come espediente editoriale, narrativo; due donne, amiche, sole contro un mondo corrotto e deviato, impegnate in un’operazione di dossieraggio dalle finalità discutibili che rivela il lato oscuro dell’informazione o meglio della disinformazione, della manipolazione dei fatti. Lavorando insieme alla costruzione dei dossier richiesti, scoprono in quale rete di connivenze e complicità si muove una certa realtà, alimentata da menzogne di ogni genere. Il romanzo si snoda come un giallo, si svelano via via i protagonisti, si cerca qualcosa… ma l’autore del “delitto” sembra non essere mai svelato, perché non si tratta di uno solo ma di una trama fitta in cui l’oggetto disperso, ucciso, sembra essere proprio la Verità, nascosta, alterata, manipolata, adattata ai più meschini interessi. I contenuti dell’opera sembrano più adatti a un saggio, non sembrano, invece, evocare il mondo immaginativo proprio del romanzo, non toccano nel profondo, l’innesto dei personaggi sul canovaccio narrativo non convince pienamente. Da rilevare il messaggio di speranza nella gioventù incarnata dalle due giovani che si propongono di cambiare il sistema (da fuori o da dentro?) rifiutando la narrativa del centro studi fino al punto di lasciare i lavori in corso e fondare un giornale online, un progetto collettivo con cui le amiche si propongono di rinnovare la loro azione facendo conoscere al pubblico qualcosa di vero… fingendo che sia falso, camuffandolo con qualche espediente. Questa speranza di cambiamento collettivo viene ancor più sottolineato, nel finale, dalla proposta di collaborazione al giornale “La lepre” da parte di una giovane sconosciuta animata dalle medesime intenzioni di Nora e Alice: scoperchiare la pentola con leggerezza e… astuzia.

Canone inverso - Paolo Maurensig

Canone inverso, Paolo Maurensig
Dall’incontro del 17 gennaio 2019

Il racconto inizia a Vienna con l’acquisto all’asta da parte di un distinto signore di un violino molto particolare realizzato dal liutaio austriaco Jacobus Stainer. Il violino è impreziosito da un’intaglio sul cavigliere che rappresenta un volto umano deformato dal dolore. Tutto il romanzo ruota intorno al prezioso violino e ai suoi possessori, siano essi legittimi oppure no. Uno scrittore, venuto a conoscenza delle vicende legate a uno dei proprietari del prezioso strumento musicale, ne vorrebbe narrare la storia e, per questo, si mette sulle sue tracce arrivando fino all’ultimo acquirente e trovando così la conferma della sua reale esistenza. Ma la storia narrata in questo romanzo è molto più articolata di quel che sembra inizialmente e conduce il lettore in un antro brulicante di passioni, di emozioni, di misteri e di mezze verità che ora prende la forma del rigido collegio per giovani musicisti dove avviene l’incontro tra Jeno e Kuno, i due personaggi attorno ai quali si sviluppano le vicende principali; ora del castello di Hofstain in Tirolo, luogo denso di memoria, casa di Kuno in cui viene ospitato l’amico Jeno per un lungo periodo, durante il quale si sviluppa in Kuno il seme della follia trasformando il promettente musicista in quello che sarebbe stato più avanti, dopo l’internamento presso l’ospedale psichiatrico, un barbone senza dimora. Maurensig offre ai suoi lettori un romanzo cupo, pesante ma intenso, evocativo, scritto in uno stile solenne dal sapore antico adatto a sostenere l’avvicendarsi degli avvenimenti e la loro collocazione storica. Le vicende narrate, infatti, si snodano nel periodo dell’ascesa nazista, se ne possono cogliere riferimenti tra le righe ma, soprattutto, se ne percepisce la pesantezza che permea, con la sua ombra sinistra, tutto il racconto. Il romanzo è inserito in un clima di sospensione temporale, che rimanda, da subito, a qualcosa di ignoto se non addirittura minaccioso. La trama è presentata da tre narratori: lo scrittore, che intravede la possibilità, sempre procrastinata, di scrivere una storia che parli di musica e musicisti; Jeno Varga (Kuno), il violinista ambulante, che racconta le singolari vicende della propria vita ad uno scrittore sconosciuto; l’Io narrante, che si scoprirà solo alla fine essere Gustav Blau, zio di Kuno, misterioso acquirente del violino. I tre narratori parlano di musica, ne filosofeggiano, ne gustano la sostanza, ne descrivono il rapimento interiore che essa induce nei musicisti che eseguono i brani ma anche negli ascoltatori, poi essa finisce e cessa di esistere, ma se ne può sentire risuonare l’eco anche quando l’esecuzione si conclude e rimane una sottile vibrazione che tutto pervade e attraversa. La particolare struttura del romanzo si evince fin dal titolo: “Canone inverso”, ad un certo punto, come nella musica, il romanzo cambia andamento, torna al punto d’inizio, svelando... ma non del tutto l’identità dei narratori. Come nella vicenda di Sisifo il masso rotola sempre indietro, così nel romanzo si torna a capo. Rimane al lettore trarre le conclusioni o ricominciare il romanzo d’accapo per comprenderne meglio i punti salienti, i molti temi toccati: la passione, il talento, l’amicizia, l’ossessione, la follia…

Canone inverso - Paolo Maurensig

Canone inverso, Paolo Maurensig
Dall’incontro del 17 gennaio 2019

Il racconto inizia a Vienna con l’acquisto all’asta da parte di un distinto signore di un violino molto particolare realizzato dal liutaio austriaco Jacobus Stainer. Il violino è impreziosito da un’intaglio sul cavigliere che rappresenta un volto umano deformato dal dolore. Tutto il romanzo ruota intorno al prezioso violino e ai suoi possessori, siano essi legittimi oppure no. Uno scrittore, venuto a conoscenza delle vicende legate a uno dei proprietari del prezioso strumento musicale, ne vorrebbe narrare la storia e, per questo, si mette sulle sue tracce arrivando fino all’ultimo acquirente e trovando così la conferma della sua reale esistenza. Ma la storia narrata in questo romanzo è molto più articolata di quel che sembra inizialmente e conduce il lettore in un antro brulicante di passioni, di emozioni, di misteri e di mezze verità che ora prende la forma del rigido collegio per giovani musicisti dove avviene l’incontro tra Jeno e Kuno, i due personaggi attorno ai quali si sviluppano le vicende principali; ora del castello di Hofstain in Tirolo, luogo denso di memoria, casa di Kuno in cui viene ospitato l’amico Jeno per un lungo periodo, durante il quale si sviluppa in Kuno il seme della follia trasformando il promettente musicista in quello che sarebbe stato più avanti, dopo l’internamento presso l’ospedale psichiatrico, un barbone senza dimora. Maurensig offre ai suoi lettori un romanzo cupo, pesante ma intenso, evocativo, scritto in uno stile solenne dal sapore antico adatto a sostenere l’avvicendarsi degli avvenimenti e la loro collocazione storica. Le vicende narrate, infatti, si snodano nel periodo dell’ascesa nazista, se ne possono cogliere riferimenti tra le righe ma, soprattutto, se ne percepisce la pesantezza che permea, con la sua ombra sinistra, tutto il racconto. Il romanzo è inserito in un clima di sospensione temporale, che rimanda, da subito, a qualcosa di ignoto se non addirittura minaccioso. La trama è presentata da tre narratori: lo scrittore, che intravede la possibilità, sempre procrastinata, di scrivere una storia che parli di musica e musicisti; Jeno Varga (Kuno), il violinista ambulante, che racconta le singolari vicende della propria vita ad uno scrittore sconosciuto; l’Io narrante, che si scoprirà solo alla fine essere Gustav Blau, zio di Kuno, misterioso acquirente del violino. I tre narratori parlano di musica, ne filosofeggiano, ne gustano la sostanza, ne descrivono il rapimento interiore che essa induce nei musicisti che eseguono i brani ma anche negli ascoltatori, poi essa finisce e cessa di esistere, ma se ne può sentire risuonare l’eco anche quando l’esecuzione si conclude e rimane una sottile vibrazione che tutto pervade e attraversa. La particolare struttura del romanzo si evince fin dal titolo: “Canone inverso”, ad un certo punto, come nella musica, il romanzo cambia andamento, torna al punto d’inizio, svelando... ma non del tutto l’identità dei narratori. Come nella vicenda di Sisifo il masso rotola sempre indietro, così nel romanzo si torna a capo. Rimane al lettore trarre le conclusioni o ricominciare il romanzo d’accapo per comprenderne meglio i punti salienti, i molti temi toccati: la passione, il talento, l’amicizia, l’ossessione, la follia…

Canone inverso - Paolo Maurensig

Canone inverso, Paolo Maurensig
Dall’incontro del 17 gennaio 2019

Il racconto inizia a Vienna con l’acquisto all’asta da parte di un distinto signore di un violino molto particolare realizzato dal liutaio austriaco Jacobus Stainer. Il violino è impreziosito da un’intaglio sul cavigliere che rappresenta un volto umano deformato dal dolore. Tutto il romanzo ruota intorno al prezioso violino e ai suoi possessori, siano essi legittimi oppure no. Uno scrittore, venuto a conoscenza delle vicende legate a uno dei proprietari del prezioso strumento musicale, ne vorrebbe narrare la storia e, per questo, si mette sulle sue tracce arrivando fino all’ultimo acquirente e trovando così la conferma della sua reale esistenza. Ma la storia narrata in questo romanzo è molto più articolata di quel che sembra inizialmente e conduce il lettore in un antro brulicante di passioni, di emozioni, di misteri e di mezze verità che ora prende la forma del rigido collegio per giovani musicisti dove avviene l’incontro tra Jeno e Kuno, i due personaggi attorno ai quali si sviluppano le vicende principali; ora del castello di Hofstain in Tirolo, luogo denso di memoria, casa di Kuno in cui viene ospitato l’amico Jeno per un lungo periodo, durante il quale si sviluppa in Kuno il seme della follia trasformando il promettente musicista in quello che sarebbe stato più avanti, dopo l’internamento presso l’ospedale psichiatrico, un barbone senza dimora. Maurensig offre ai suoi lettori un romanzo cupo, pesante ma intenso, evocativo, scritto in uno stile solenne dal sapore antico adatto a sostenere l’avvicendarsi degli avvenimenti e la loro collocazione storica. Le vicende narrate, infatti, si snodano nel periodo dell’ascesa nazista, se ne possono cogliere riferimenti tra le righe ma, soprattutto, se ne percepisce la pesantezza che permea, con la sua ombra sinistra, tutto il racconto. Il romanzo è inserito in un clima di sospensione temporale, che rimanda, da subito, a qualcosa di ignoto se non addirittura minaccioso. La trama è presentata da tre narratori: lo scrittore, che intravede la possibilità, sempre procrastinata, di scrivere una storia che parli di musica e musicisti; Jeno Varga (Kuno), il violinista ambulante, che racconta le singolari vicende della propria vita ad uno scrittore sconosciuto; l’Io narrante, che si scoprirà solo alla fine essere Gustav Blau, zio di Kuno, misterioso acquirente del violino. I tre narratori parlano di musica, ne filosofeggiano, ne gustano la sostanza, ne descrivono il rapimento interiore che essa induce nei musicisti che eseguono i brani ma anche negli ascoltatori, poi essa finisce e cessa di esistere, ma se ne può sentire risuonare l’eco anche quando l’esecuzione si conclude e rimane una sottile vibrazione che tutto pervade e attraversa. La particolare struttura del romanzo si evince fin dal titolo: “Canone inverso”, ad un certo punto, come nella musica, il romanzo cambia andamento, torna al punto d’inizio, svelando... ma non del tutto l’identità dei narratori. Come nella vicenda di Sisifo il masso rotola sempre indietro, così nel romanzo si torna a capo. Rimane al lettore trarre le conclusioni o ricominciare il romanzo d’accapo per comprenderne meglio i punti salienti, i molti temi toccati: la passione, il talento, l’amicizia, l’ossessione, la follia…

Tout voir

Derniers posts insérés

Aucun message n'a encore été envoyé au forum

Mes étagères

Mes recherches enregistrées

Aucune recherche privée enregistrée