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La lingua salvata
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Canetti, Elias

La lingua salvata

Milano : Adelphi, 1990

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La lingua salvata. Storia di una giovinezza, Elias Canetti
Dall’incontro del 16 gennaio 2020

“La lingua salvata” è la prima parte dei tre libri autobiografici, che Elias Canetti pubblica dal 1977 ormai settantaduenne. Come recita il sottotitolo “Storia di una giovinezza”, è da lì che inizia a tracciare la storia della sua formazione esistenziale e culturale. Sono gli anni che vanno dall’infanzia in Bulgaria, ai vari spostamenti in Inghilterra, a Vienna e per finire in Svizzera, dove le vicende si concludono, nel 1921, lasciando un Elias sedicenne in procinto di un grande cambiamento.
La vita di Canetti è segnata dalla prematura e inaspettata morte del padre. Centrale nel libro e nella biografia di Elias appare fin da subito il rapporto con la madre Mathilde. La donna, dopo la scomparsa dell’amato marito, si dedica con dedizione ai tre figli, dominata dalla sua natura ipersensibile e dalle sue aspirazioni culturali. Umanista colta e pacifista, ha una personalità complicata, che la condanna alla fragilità e a una misteriosa malattia, che la costringerà a frequenti soggiorni in sanatorio. La formazione culturale di Canetti è strettamente legata alla madre, che ha un ruolo determinante e autoritario nell’apprendimento delle lingue (in particolar modo l’amato tedesco) e di una sensibilità letteraria verso i classici, primo fra tutti Shakespeare. Il rapporto madre-figlio, in cui Elias si trova a sostituire il padre scomparso, appare estremamente intenso, complesso e segnato da una morbosa gelosia di Elias verso la madre.
La figura del bambino-Canetti si delinea come fuori dall’ordinario per la smisurata e totalizzante passione per i libri e la venerazione per gli scrittori. Innumerevoli le letture letterarie citate, fin dalla primissima iniziazione paterna con “Le mille e una notte”. Intenso anche il rapporto con le lingue, assimilate con facilità all’interno della sua famiglia ebrea, che parla abitualmente quattro o cinque lingue, collocandosi tra origini spagnole e abitudine al viaggio e ai cambiamenti di residenza. Il libro è poi incentrato anche sulla descrizione dell’ambiente scolastico frequentato dallo scrittore e delle tantissime figure di insegnanti ritratte.
Altro tema fondamentale è la contrapposizione tra le aspirazioni alla cultura dei genitori e poi di Elias stesso e la tradizionale pratica del commercio del resto della sua famiglia.
Nel libro la trattazione è intimistica e personale, mentre la dimensione storica, peraltro coincidente con la prima guerra mondiale e i primi sentori di persecuzioni ebraiche, rimane solo ai margini come contorno e accenno.
La narrazione è in prima persona e la struttura si caratterizza per la continua giustapposizione di brevi quadri ben descritti e compiuti, con un andamento cronologico lineare. La scrittura è di grande bellezza e fluidità, seppur a volte la materia pare eccessivamente ripetuta e quasi noiosa. A livello di struttura generale vi è differenza tra la prima parte in cui è centrale il rapporto diretto madre-figlio e la seconda parte in cui il giovane Canetti si trova da solo nel collegio di Villa Yalta, a Zurigo.
Il rapporto con la cultura di Canetti a qualcuno suscita degli interrogativi parendo autoreferenziale, astratto e per così dire, freddo.
Il brusco finale segna un inaspettato cambiamento nel rapporto con la madre e con la cultura al tempo stesso e lascia aperto un senso di nuove prospettive personali, esistenziali, ma anche storiche. Ancora il percorso autobiografico si intreccia con un discorso sulla cultura stessa: la cacciata non è soltanto dal proprio paradiso personale del liceo di Zurigo, ma anche da un’idea di vita culturale comoda e astratta distaccata dal reale e dalle sue potenziali sofferenze.

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