La peste del 1630 e il Covid-19

In questo periodo di isolamento per la pandemia del covid-19, è interessante vedere come, fatte le opportune distinzioni, le azioni di 390 anni fa contro la terribile peste del 1630, con le relative paure e superstizioni, non si discostassero molto da quelle attuali. Almeno dal 1628 la carestia, unita alla guerra e ai conseguenti passaggi di truppe tra Piemonte e Savoia, aveva favorito la diffusione della malattia, ma non ancora su tutto il territorio. I primi casi sospetti di peste si manifestarono nella bassa Valle, a Donnas, Pont-Saint-Martin e Perloz. In questo paese tra settembre e dicembre 1629, si dice nei verbali del Conseil des Commis, “y est morte grand nombre de personnes voire des familles entières »

Nell’aprile del 1630 a Donnaz era morto di peste un bambino di otto anni, con la madre, entrambi colpiti dal morbo, con evidenti bubboni sul viso o sul corpo. Il medico Salvaggio di Ivrea aveva diagnosticato “une espèce formelle de contagion”. Si prese allora in esame l’ipotesi estrema di abbattere il ponte che univa Donnaz alla località di Vert, sull'opposta sponda della Dora, al fine di evitare contatti tra gli abitanti delle due parti del paese, ipotesi poi non realizzata.

Il Conseil des Commis  incaricò il capitano D'Albard di provvedere al sostentamento degli abitanti dello sfortunato borgo, con l'invio di dodici sacchi di segale da acquistare dal castellano di Verrès, Dialley, oppure dai sindaci di Ayas, Brusson e Challant, e da macinare nel mulino di Hône, da dove la via di comunicazione verso Vert  era quella dell’envers.

In questa immagine il verbale di questa decisione. (dal Registre du Pays, dove si conservavano i verbali delle deliberazioni del Conseil des Commis) del 23 aprile 1630.  

(« Sont esté deputez les medecins Buthod et chirurgien Antoine Bolossier pour aller à Donas visiter de compagnie de ceux qui y viendront d'Invrée les corps des morts que mallades dudict lieu soubçonnez attaintz de contagion, et dresseront procès-verbal de tout âge, et cas qu'ilz decouvrent le mal estre contagieux quarantendront separez les ungs separez des aultres jusques à nouveau ordre du Conseil»)

 

Nei mesi successivi si adottarono misure simili alle odierne (chiusura delle frontiere, isolamento dei contagiati nei villaggi, con rischio di essere “archebusés” in caso di infrazione, abbattimento di ponti sui fiumi, diffusione di rimedi popolari, come la profumazione di merci provenienti da altri paesi, l’uso di droghe, essenze, e più tardi, dell'”olio miracoloso di Milano”, l’aspersione con la calce dei  locali e sui mucchi di morti abbandonati ovunque, la fuga verso le montagne, e infine, in città, istituzione di un corpo di monatti per seppellire i morti appestati.

A quel tempo anche la devozione popolare si acuì, con la costruzione di innumerevoli cappelle dedicate ai santi protettori contro le epidemie (Rocco Fabiano. Sebastiano e Defendente).

Un dipinto raffigurante San Rocco, (Champorcher, cappella di Outre-Lève)

 

F. Negro LA PESTE DEL 1630 IN VALLE D'AOSTA NEI DOCUMENT! DEL «CONSEIL DES COMMIS» in Archivum augustanum VII, Aosta 1975, pp. 217-289

Il volume è disponibile online attraverso Cordela.