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Le petit garçon - Philippe Labro

Un mots seulement: ennui. Mais juste beaucoup beaucoup beaucoup ennui. “Le petit garçon” du Labro semble né de l’union entre “Le garçon dans la pgiama rayé” et “Le plaisir“. Pendant la lecture se succèdent en fait descriptions lentes et redondants et dialogues au pensées de naïveté embarrassante.

Le protagoniste est ce petit garçon (l’auteur même, parce que “Le petit garçon” est un roman autobiographique) que habite dans une maison appelle “la Villa”, où beaucoup du juifs vont trouver un refuge. Ici termine tous ce qui j’ai compris.
Si j’ai n’ai pas donné le jugement minimum est pour la potentialité de l’histoire et pour le charme du facteur autobiographique, mais le style m’a fallu pour la haine plus profonde et rien, je m’estime pour l’avoir terminé.

L'asino d'oro - Apuleio

Leggere un libro latino, seppur tradotto in italiano, non è esattamente il sogno della stragrande maggioranza di studenti; spesso infatti associamo la lingua latina a qualcosa di morto, a qualcosa di noioso. In poche parole: libro latino = libro noioso.

Eccovi invece una serie di motivi per cui leggere “Asino d’oro”.

– Il fascino: è l’unico romanzo latino a esserci giunto perfettamente integro.

– La trama: il libro racconta la serie di avventure toccate al protagonista dopo essersi trasformato in niente meno che un asino.

– La struttura aperta: la metamorfosi di Lucio fa da sfondo e da filo rosso per tutto il romanzo, dato che nel corso della lettura vengono raccontate storie tra le più disparate (celeberrima quella di Amore e Psiche)

– Il personaggio di Lucio: in parte autobiografico, può offrire una riflessione sul vizio della curiosità e su ciò che può scaturirne se non viene tenuta a bada.

Confesso di essere rimasta maggiormente coinvolta all’inizio e alla fine, mentre nel mezzo non sempre sono riuscita a mantenere l’attenzione, inoltre inizialmente mi ha un po’ scioccata il tono decisamente esplicito. Non è però scritto in una maniera del tutto incomprensibile e spesso la lettura procede con un ritmo incalzante.

Si tratta comunque di un mattone e certamente non è una lettura semplice, tuttavia, per quanto possa sembrare Inverosimile, devo ammettere che complessivamente l’ho trovato un libro divertente… Anche perché le lunghissime, noiose e minuziose descrizioni le ho saltate a prescindere.

Fangirl - Rainbow Rowell

Non ricordo quando o come venni a conoscenza dell’esistenza di “Fangirl”, ma so per certo che da quel momento ho sempre desiderato leggerlo. Una protagonista che scrive FanFiction, che stravede per una saga, che sembra insomma il mio alter ego: cosa chiedere di più? Raimbow Rowell ha saputo conquistarmi già qualche anno fa con “Eleanor & Park – Per una volta nella vita” e anche questa volta la promuovo a pieni voti. Possiede infatti perfettamente tutte le qualità di un buon autore: sa ideare una trama originale e non scontata, racconta con uno stile fresco e incalzante, alternando commedia a dramma, affronta tematiche diverse tra loro in modo genuino e non forzato, crea personaggi in cui è facile immedesimarsi,… “Fangirl” incarna, almeno a mio parere, il modello da cui ogni libro dovrebbe attingere. Non pretende di impartire una morale, ma ci mostra uno spaccato di un mondo estraneo ai più e deroga al lettore il compito di rifletterci su. Credo che l’autrice abbia lasciato varie questioni in sospeso proprio per evitare forzature: Laura si è riappacifica con Cath? Come si evolverà il rapporto tra Simon e Baz?

Interessante anche la scelta di inserire a fine capitolo un estratto relativo al mondo degli Arcimaghi, fonte di dedizione da parte di Cath e su cui tra l’altro la Rowell ha scritto un vero e proprio romanzo: si chiama “Carry On”, come la storia dj Cath seguita da migliaia di persone, e si vocifera di un uscita in Italia nell’aprile 2017.

Certo, avendo come tematica base il mondo dei fandom, “Fangirl” si rivolge soprattutto a un pubblico giovanile. Ciò non toglie che possa offrire qualche spunto di riflessione anche agli adulti e, perché no, risvegliare in loro quella cotta adolescenziale per un personaggio famoso che tutti – inutile negarlo- abbiamo avuto,

Per questo mi chiamo Giovanni - Luigi Garlando

Recensire un libro che parla di una storia vera e di persone realmente esistite è, a mio parere, sminuirlo. Posso dirvi che come biografia destinata ai giovani è ottima, in quanto illustra in modo chiaro, conciso e diretto la vita di Giovanni Falcone; posso dirvi che Garlando ha saputo egregiamente spiegare perché non dobbiamo arrenderci alle ingiustizie ma combatterle, posso dirvi che in poco più di 150 pagine è racchiuso il sentimento di speranza che Falcone ha lasciato. Potrei dirvi davvero tante cose e lo farei volentieri, ma questa volta preferisco non dilungarmi: non posso mettermi a parlare di stile, di trama o di personaggi. Non posso ridurre l’esperienza di questa lettura a una manciata di parole, no. Leggetelo e basta.

Qualcosa da tenere per sé - Margherita Oggero

Attenzione: questa recensione contiene spoiler!

Penultimo della serie con Camilla Baudino, “Qualcosa da tenere per sé” è probabilmente il libro della Oggero su cui lancerete più imprecazioni. Ma partiamo dal principio: ancora una volta, la vita della prof si intreccia con un caso da risolvere e nondimeno assegnato alla squadra omicidi di Gaetano Berardi.
L’aria di Torino si tinge con i colori delle olimpiadi e il freddo che ne pervade le pagine trafigge le ossa di chi legge, sopratutto grazie alle macabre descrizioni dei due omicidi chiave. Nessuno dei tre precedenti romanzi risulta impregnato di sangue tanto quanto questo e la stessa trama presagisce qualcosa di diverso dal solito.

Sono occorse un’ottantina di pagine prima di entrare nel vivo della storia, prontamente rivelatasi un susseguirsi di incalzanti colpi di scena fino alle ultimissime righe, tuttavia, la novità maggiore sta nel triangolo Renzo-Camilla-Gaetano. Libera da madre, marito e figlia (tutti partiti in vacanza), Camila sembra finalmente volersi lasciare andare a una relazione con Gaetano. Nessuno dei due si sbilancia più di troppo (una cena, qualche visita, delle battute), eppure risulta evidente come entrambi siano mossi dal desiderio. Peccato solo che Margherita Oggero ami far soffrire noi poveri sognatori e, per usare un’espressione non mia, “Qualcosa da tenerezza per sé” è la tomba del Gaudini. Se prima una minima speranza rimaneva, adesso viene bruciata con una disinvoltura agghiacciante.

Non oso immaginare il libro successivo, l’ultimo della serie, ma ormai è ovvio che da quel fronte non rimane più un minimo di salvabile. E niente, torno a sbattere la testa contro il muro.

Cime tempestose - E. Brontë

Era da molto tempo che accarezzavo l’idea di leggere “Cime tempestose”, spinta probabilmente dal desiderio di provare qualcos’altro di una Brontë dopo l’esperienza con “Jane Eyre”. Sapevo di una netta differenza tra chi ama e chi odia il romanzo di Emily, ma ciò mi ha incuriosita ancora di più e l’ho quindi preso in mano con aspettative decisamente alte. Adesso mi ritrovo qui a recensire un libro che, ahimè, ho impiegato quindici giorni a finire e per il quale provo emozioni contrastanti.

Innanzitutto la prima impressione è stata più che buona: il paesaggio desolante e allo stesso tempo misterioso e affascinante, le divertenti scene offerte da Mr. Lockwood, la cupa atmosfera e l’imponente figura di Heatcliff sono tutti elementi ottimi per tenermi incollata fino all’ultima pagina. Se ho impiegato così tanto tempo per terminarlo rimane un mistero anche per me. Non mancano i colpi di scena, le emozioni, lo stile non è eccessivamente pesante, eppure fino alla metà del libro ho fatto fatica a leggere più di due capitoli al giorno. Solo nella seconda parte sono stata interamente trasportata nella storia e mossa dalla curiosità di scoprire come si sarebbe conclusa.

Per quanto riguarda i personaggi non ho legato in modo particolare con nessuno, nonostante un interesse speciale verso Hindley, Cathy Linton, Hareton e Nelly. Per un certo periodo ho associato la figura di Heatcliff a quella del Severus Piton di “Harry Potter”: entrambi si struggono per amore, sono malvisti, nessuno apparentemente piangerebbe per la loro morte. Tuttavia mi sono dovuta ricredere: Heatcliff sembra essere pervaso da una malvagità unicamente fine a se stessa e non giustificabile dall’amore. Ho fatto parecchio fatica a comprenderne la psicologia e penso proprio di aver fallito. Il finale…

Non ho davvero parole per commentarlo, ma esprimerei comunque un giudizio positivo e vi invito caldamente a leggerlo,

Il giovane Holden - J.D. Salinger

“Se davvero volete sentirne parlare, la prima cosa che vorrete sapere sarà dove sono nato, e che schifo di infanzia ho avuto e cosa facevano e non facevano i miei genitori prima che io nascessi, e altre stronzate alla David Copperfield, ma a me non va di entrare nei dettagli, se proprio volete la verità. Primo, è roba che mi annoia, e secondo, ai miei gli verrebbe un paio di ictus a testa se andassi in giro a raccontare i fatti loro. …”. Si apre così “Il giovane Holden”, uno di quei romanzi di cui, volente o non volente, avrai sentito o letto il titolo almeno una volta nella vita senza la più pallida idea di che cosa racconti. Mi trovo piuttosto in difficoltà nell’esprimere un mio parere al riguardo, ma un po’ di cose posso dirle sebbene non ci sia nessun filo logico a unirle.
Innanzitutto, già dalla prima pagina sono rimasta piuttosto sconcertata – in positivo – dallo stile. Mi aspettavo una maggiore complessità, un linguaggio più ricercato, qualcosa di noioso, sinceramente. Invece ho trovato il contrario più assoluto ed è stato un sollievo poter leggere una storia piacevole senza troppi sforzi.

Il racconto inizia con Holden che lascia la scuola avventurandosi per le strade di New York, dove incontrerà i personaggi più disparati e vivrà una serie di sfortunati eventi. Tali esperienze dovrebbero essere il succo del romanzo di formazione e riportare Holden verso la retta via, eppure il finale non mi è pienamente piaciuto perché non l’ho trovato abbastanza concludente. Si evince un cambiamento di Holden, è vero, però ho sentito lo stesso la mancanza di qualcosa. La parte centrale mi ha coinvolta in modo scostante, a volte molto e a volte poco, ma nel complesso “Il giovane Holden” è un romanzo che mi ha lasciato dentro un segno e che forse non avrei apprezzato ugualmente se al posto di Holden ci fosse stato qualcun altro: Holden è un personaggio facile da prendere in simpatia, il ritratto di un giovane che non sa ancora bene che cosa farne del proprio futuro, con dei pensieri e delle riflessioni esternamente realistici. C’è in lui qualcosa di vagamente romantico, nell’eccezione originale del termine: sensibile come pochi coetanei, cosciente della propria codardia, per tutta la storia nuota in una tristezza pressoché permanente e l’unica persona in grado di comprenderlo davvero sembra essere la sorellina Phoebe. È facile immedesimarvici e difficilmente potrà essere dimenticato.

Teorema Catherine - John Green

Scritto dalla penna di John Green, la stessa dietro cui si cela il celeberrimo “Colpa delle stelle”, “Teorema Catherine” è nella mia personale opinione il gradino più basso tra i suoi lavori, nonostante un gradimento complessivamente positivo.

Innanzitutto, le peculiarità dell’autore stanno nell’inserire, all’interno dei propri romanzi, una morale e personaggi principali giovani costantemente vittime di complessi esistenziali. Nel caso di “Colpa delle stelle”, per esempio, troviamo Augustus – Gus – , ragazzo affatto da cancro e sottomesso dalla paura dell’oblio. In”Teorema Catherine” torna di nuovo tale paura, questa volta ci sarà però Colin ad affrontarla, proponendosi di sviluppare un teorema matematico in grado di prevedere l’andatura di una relazione. Buone pretese, insomma, che però si sono sviluppate nella seconda parte del romanzo e non in modo completo. La prima parte l’io trovata piuttosto lenta, causa magari la necessità di introdurre bene una pluralità di personaggi e il lessico un po’ troppo gergale. Lo stesso discorso vale per lo stile, in cui spicca una narrazione in terza persona mai trovata tra i romanzi di Green da me letti. Sono poi presenti numerose e interessanti note a piè di pagina riguardanti curiosità realmente fondate e altre concepite con lo scopo di approfondire quanto scritto tra le righe. Una menzione va anche all’appendice, presente nelle ultime pagine, che illustra in modo approfondito lo sviluppo d l’applicazione del Teorema. La seconda parte, come già detto, scorre invece incalzante e il lettore è spinto dalla curiosità di scoprire come si evolveranno le varie sfaccettature. Il finale è abbastanza scontato, ma non per questo banale. Proprio lì si concentra la sfilza di insegnamenti, morali, sentimenti e quella sensazione di infinito che provi solo in compagnia della persone giuste.

La definizione di “gradino più basso” è dovuta unicamente alla sensazione di una lettura fin troppo semplice e da vari buchi che sono stati lasciati scoperti. I personaggi, inoltre, sono buoni e ben caratterizzati, eppure ho fatto fatica a considerarli dotati di una vita propria e non come frutto di una tastiera.

In conclusione, seppure non completamente soddisfatta, posso affermare con certezza che John Green resta sempre una garanzia per chi cerca un buon libro ricco di spunti di riflessione.

Notte prima degli esami

Ogni tanto una lettura leggera ci vuole, e questa mi è piaciuta davvero molto.
Innanzitutto, ci tengo a sottolineare che non è il romanzo a essere stato tratto dal film omonimo ma viceversa. La maggior parte della pellicola ricarica in maniera estremamente fedele ogni singolo dettaglio, tuttavia nel cartaceo scopriamo personaggi nuovi, nomi, dialoghi, luoghi,.. In caso contrario il libro sarebbe sicuramente parso pedante per i fans più accaniti del film.

Indubbiamente è una lettura senza pretese – anche se con la stessa forza di sentimenti e valori che emergono dallo schermo -, così toccanti lo stile giovanile, fresco, ironico e comico. Ci sono le pagine del diario di Claudia e i pensieri di Luca, le loro successioni di punti esclamativi che non mi sono piaciute ma vabbè, come già detto la semplicità regna sovrana. Forse per tale motivo non sempre mi sono emozionata quanto nel film, eppure non per questo il libro perde intensità, anzi. Frasi belle e riflessive se ne trovano, i personaggi sono ben modellati, realistici, niente appare eccessivamente forzato e alla fine un sorriso spunta irrimediabilmente.

“Notte prima degli esami” si muove un’altra volta sull’onda della canzone di Venditti, sulla consapevolezza che “se l’amore è amore”, trasuda della magia di quella notte, delle speranze, dei sogni, di musica, di anni ’80. Una macchina del tempo che non fallisce mai.

La symphonie pastorale - André Gide

J’avais erronément jugé ce livre comme une lecture ennuyant quand j’étais presque au début. C’est le premier livre en français, depuis un an, que j’ai pu terminer m’endorment seulement une fois pendant la lecture. Les passages plus lourds sont en fait les digressions religieuses qui occupaient le deuxième cahier, au lieu de cela le reste de l’histoire est très touchante e agréable.

Le style n’est pas trop difficile: il y a quelque mot plus recherché que autre mais les phrases sont generalmente assez courts et Gide a exprimé très bien le conflit enterreur des personnages. Gertrude en particulier vit dans un état de innocence et fait des discours que m’ont lassé surprise. La vision du pasteur aussi offre des matières à réflexion pas négligeables.

Une lecture conseillée.

La compagnia dei Celestini - Stefano Benni

Due cose di questo libro possono dirsi oggettive:

è rocambolesco
è pesante.
La storia di base vede inizialmente un gruppo di bambini scappare da un orfanotrofio, con l’obbiettivo di partecipare al leggendario Campionato Mondiale e segreto di pallastrada (uno sport simile al calcio ma totalmente esente da scopi di lucro e fama, fondato su valori puri e sinceri). Quando la notizia del Campionato inizia però a diffondersi tra gli adulti essi ne vedono subito una fonte di profitto personale e cercheranno quindi di rintracciare i fuggitivi per poter documentare l’evento. Perché è rocambolesco? Perché è pesante?

È rocambolesco innanzitutto per la vastità di personaggi principali e secondari che offre: alla Compagnia dei Celestini si affiancano altre squadre, ai due preti si uniscono l’uomo più ricco della città, un giornalista, un fotografo, successivamente anche un generale, mentire in secondo piano abbiamo nove celebri pittori, un avido conte, l’entità sovrannaturale del Grande Bastardo, uno zio, uno studioso, un dj, il proprietario di una catena di hamburger, mucchi di belle ragazze,.. Tutti si muovono nell’immaginaria nazione di Gladonia, da Banessa fino a Rigolone Marina per poi tornare a Banessa, e non si muovono e basta ma parlano, fanno, suppongono, creano nuovi garbugli e muovono le tasselle di un gioco di cui essi stessi fanno parte, dato che tutta la vicenda ruota attorno a un’oscura profezia. Branchi di persone di ogni genere, credo e nazionalità che vengono riversati da una stessa scatola su un tappeto comune e con un profilo psicologico più o meno approfonditi. È un libro rocambolesco anche per la massiccia dose di fantasia che lo permea e che si tramuta in una satira dell’Italia. Gladonia altro non è infatti che lo stivale galleggiante, con la capitale ospitante la Grande Meringa e le coste balneari popolate dagli stessi turisti di Rigolone Marina. La satira non si limita però alla sola geografia e si protrae per tutte le pagine, in ogni azione, in ogni parola, in ogni descrizione, è il perno centrale della storia,è la pietra miliare e la morale.

È pesante, molto, perché Benni si lancia in lunghe digressioni fine a se stesse, lungi dallo sviluppo degli eventi, dedicando interi capitoli alle altre squadre di pallastrada o avanzando pesanti critiche che occasionalmente ho saltato per riuscire a terminare il libro, e che possono indurre invece a mollarlo a metà.

Alla trama A si aggiunge inoltre una sorta di trama B, che personalmente ho trovato affascinante quanto inquietante e disturbante. In una realtà parallela, in un luogo indefinito, in un tempo sconosciuto, tra personaggi non identificati, ci lega al mondo di Gladonia il personaggio di Occhio – di – gatto. Di lui sappiamo che faceva parte della Compagnia dei Celestini e risulta essere stato chiuso in riformatorio. Tuttavia Occhio – di – gatto è anche una delle forme in cui il Grande Bastardo può manifestarsi e numerose sono le altre citazioni che preferisco non rilevare, onde evitare eccessive anticipazioni.

Alla fine, quindi, cosa mi è rimasto? Una grande inquietudine dovuta al finale, l’amaro in bocca per il messaggio, la certezza di non poter facilmente scordarmi di questo libro.

R: Il linguaggio segreto dei fiori - Vanessa Diffenbaugh

ATTENZIONE: Questa recensione contiene anticipazioni!
Sarò concisa: è un bel libro, ha una bella trama, ma i personaggi non mi hanno convinta del tutto. Partiamo dai fattori positivi.

“Il linguaggio segreto dei fiori” esplora un modo di comunicare alternativo e a cui è facile appassionarsi. Durante e dopo la lettura, infatti, probabilmente tenderete a notare i fiori che vi circondano e a chiedervi quale sia il loro significato.

La storia racconta di Victoria, giovane ragazza dalla personalità difficile e cresciuta tra una famiglia e l’altra, con brevi soggiorni presso varie comunità. Le cose sembrano cambiare quando viene affidata a Elizabeth, tuttavia apprendiamo fin da subito che la donna appartiene al passato. Dato che più volte è reso esplicito quanto il loro rapporto fosse profondo, buona parte del romanzo la si passerà sicuramente a domandarsi cosa mai abbia potuto separarle. Si evince presto anche una storia d’amore con un altro ragazzo ossessionato dai fiori, Grant.

Proprio Grant è il personaggio che mi ha convinta meno di tutti: bello nonostante l’aspetto trasandato e trascurato, dolce e amorevole, gentile, non meritevole del carateraccio di Victoria, ottimo cuoco, quasi perfetto. Mah… Talmente tanto dolce e amorevole che a un certo punto non esita a lasciare per strada una ragazza di diciannove anni, nonostante non ci siano autobus, presumibilmente a causa di un litigio. Nel resto della storia sembra invece vivere esclusivamente in funzione della madre o di Victoria, di Victoria o della madre. Di lui, del suo passato, sappiamo poco o niente.

D’altra parte Victoria dichiara di amarlo profondamente, ma per cosa? Perché cucina un ottimo pollo e la domenica le fa trovare sempre la cena pronta? O perché comprende il linguaggio dei fiori? Neanche i numerosi flashback possono aiutarci a trovare una qualche spiegazione, visto che nemmeno si sono mai parlati, con il risultato che la loro relazione mi è parsa eccessivamente forzata.

Victoria presa come singoli personaggio convince invece solo a tratti. Saranno il vissuto difficile e l’età, eppure troppo spesso agisce in modo sconsiderato, impulsivo, autodistruttivo, passivo, pressoché menefreghista, scostante, ma allo stesso tempo è fragile, debole, insicura e consapevole di danneggiare chi le sta intorno. Il nocciolo della trama è proprio questa sua paura di non meritare l’affetto di Elizabeth e l’amore di Grant. Percepire un sentimento di empatia verso Victoria rimane comunque possibile, seppure in modo scostante.

Elizabeth infine è difficilmente immaginabile a causa di una scarsa descrizione fisica e contemporaneamente il personaggio più plausibile psicologicamente: devastata dalla mancanza della sorella, forte, sincera, anch’essa fragile come colei che vorrebbe fosse sua figlia.

In conclusione, nel complesso si tratta di una lettura piacevole e particolarmente incalzante nelle ultime due parti, scritta bene e originale, seppure migliorabile.

1984 - George Orwell

Vuoi perché si rivela come un’esplicita critica al governo di Stalin, vuoi per le tematiche ancora oggi oggetto di racconti, vuoi per l’inquietante presagio che forse non è o non è stata tutta finzione, fatto sta che “1984” è indubbiamente un pilastro della letteratura inglese del ventesimo secolo. Cosa si cela però, nella mia modesta opinione, dietro una tale popolarità?

Innanzitutto, il libro si presenta diviso in tre parti corrispondenti all’inizio, allo svolgimento e alla conclusione della storia. Mentirei se dicessi che fin da subito sono rimasta coinvolta, quando invece il mio interesse è cresciuto di pari passo con ogni sezione. La prima parte si limita infatti a dipingere un quadro psicologico del protagonista, a mostrarci il suo lavoro, gli ambienti che Winston frequenta, .. Manca, dunque, totalmente d’azione. Per i lettori in grado di sormontare questo iniziale scoglio si presenta successivamente una seconda parte già più avvincente, magari non da tenere incollati alle pagine ma quantomeno capace di apportare curiosità. È nella terza, infine, che Orwell fa sfoggio della propria magistrale abilità linguistica, della capacità di suscitare emozioni per lo più negative e di sdegno, di descrivere situazioni agghiaccianti con un tratto secco e preciso, di sganciare insomma la reale bomba che fa smuovere il romanzo.

Riguardo i personaggi, il rapporto tra Winston e Julia è un amore non propriamente romantico quanto più effimero e basato sull’odio verso il Grande Fratello e il Partito, o, perlomeno, questa è l’impressione che mi ha dato. Spostandoci invece su O’ Brien, merita senza dubbio il titolo di personaggio più riuscito: pressoché come il Severus Snape potteriano, affascina irrimediabilmente con la propria aria da intellettuale, con l’eleganza nel movimenti e con la lucida analisi che compierà della società totalitaria in cui si svolge la vicenda, tra digressioni, considerazioni, soliloqui, mosso dalla passione pura e sincera per gli ideali in cui crede, è insomma la figura più “squisita” e che conferisce maggior sapore a un romanzo oggettivamente pesante sia dal punto di vista linguistico che da quello psicologico. Affascinante anche il rapporto quasi patologico che Winston instaura con lui, accostabile a una vera e propria Sindrome di Stoccolma.

Riassumendo, per terminare “1984” è necessario mantenere un minimo distacco dagli eventi narrati e gustarlo a piccole dosi, onde evitare di rimanerne eccessivamente turbati o di lasciarlo a metà nonostante si tratti complessivamente di un libro decisamente interessante e bello

Il ballo - Irène Némirovsky

ATTENZIONE: si sconsiglia la lettura di questa recensione a coloro che non gradiscono l’eccesso di punti esclamativi.

Il lettore affermato è un lettore che snobba libri con meno di cento pagine, è un uomo, o una donna, un ragazzo, o una bambina, ma se è affermato tenderà sicuramente a prediligere storie abbastanza lunghe. Perché? Forse perché ci siamo abituati a conoscere i personaggi in modo graduale, perché istintivamente ci approcciamo a un nuovo libro con un minimo di diffidenza, o forse ancora perché siamo portati a pensare che una storia davvero buona necessiti di tempo per evolversi adeguatamente. Ebbene, c’è una cosa che devo confessarvi. Mettetevi seduti comodi perché non voglio responsabilità se cadete, ok? Ordunque, quindi.. “Il ballo” ha 83 pagine ed è una figata pazzesca!

Giuro, sono rimasta incollata dalla prima all’ultima pagina. È così bello! La storia segue una trama molto semplice e breve, eppure non può fare a meno di risultare coinvolgente. Buona parte del merito vs sicuramente allo stile della Nemirovsky, perfettamente, realistico, spontaneo e pimpante. I dialoghi sono vere e proprie perle e i personaggi vengono delineati perfettamente sin dalla prima pagina. Quanto avrei voluto torcere il collo della signora Krampf! E quanto ho parteggiato per Antoniette!

Fa così ridere, vi giuro! Tuttavia non mancano spunti di riflessione come il paesaggio dall’adolescenza alla vita adulta, la vecchiaia, l’ipocrisia, la vanità,…

Non fatevi ingannare dal titolo o dall’ambientazione: non si tratta assolutamente di un semplice romanzo di costume, è un piccolo gioiello da esibire con fierezza nella propria libreria.
Cosa fai ancora qui? Corri a comprarlo, su!

L'étranger - Albert Camus

Il n’est pas un secret que les livres en français qui j’ai apprécié sont très peu. Probablement mon niveau de la langue est trop bas pour me permettre de comprendre complètement un entier roman où de garder pour il un intérêt costante, et la situation n’est pas meilleure quand le livre n’a pas des événements pertinents et il est presque tout écrit comme un journal. Cependant on ne peu pas décrire “L’étranger” comme un roman introspectif, parce que le protagoniste ne semble pas éprouver aucune émotion. Qu’est-ce qu’on trouve, donc? Une série des actions mécanique, des descriptions, seulement la partie du procès et de la condamne paresse être un peu plus intéressant.

Une histoire plat et monotone.sans des personnages appréciables.

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